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 Bob MouldSolo con la sua chitarra, ma con molte grandi canzoni
Bob Mould
chi
Bob Mould
dove
Verona, Interzona
quando
2009-12-12

Solo con la sua chitarra, ma con molte grandi canzoni

L’ex Hüsker Dü in solitario, in parte acustico, ma non intimista

di Michele Segala ~ 07/01/2010

All’Interzona di Verona è di scena il concerto di Bob Mould, noto ai più come icona della scena indipendente americana degli anni ’80 ed in particolare come uno dei due autori dei seminali Hüsker Dü. In seguito allo scioglimento della band, Mould ha pubblicato diversi album come artista solista (senza dimenticare la parentesi a capo del trio Sugar, durata il tempo di due album ed un EP). Un concerto, questo, che vede Mould sul palco accompagnato soltanto dalla sua chitarra: per la prima parte del set acustica, per la seconda elettrica.

L’inizio con Wishing Well è, quindi, quasi ovvio dato che il pezzo è tratto dall’album semiacustico Workbook. La resa è più semplice e diretta rispetto alla versione conosciuta (e curatissima) dell’originale, ma nondimeno intensa, trattandosi di uno dei migliori esempi di scrittura del Mould maturo: una melodia serpeggiante ed una struttura che di tanto in tanto svela qualche svolta inattesa. La seconda canzone in scaletta, Hear Me Calling tratta da Black Sheets of Rain, sembra guadagnare non poco dal trattamento acustico. Merito soprattutto di uno dei maggiori punti di forza dell’intera serata, ossia la voce di Mould che, in questo contesto semplificato, riesce a venire fuori in tutta la sua corposità, col suo timbro caldo - ma leggermente nasale - che il musicista di New York usa senza mai un accenno di insicurezza.

Ed allora ecco insinuarsi la sensazione, forse inaspettata, che proprio la voce di Mould sia il punto forte dell’intera performance. Una voce mai come in questa situazione così in primo piano e così a fuoco. Nessun arrangiamento la nasconde, ed è così libera di palesarsi in tutta la sua bellezza. Calda, vibrante, con il suo peculiarissimo timbro di gola. Rivelazione che si concretizza anche nelle successive canzoni: in Hoover Dam che, spogliata dell’arrangiamento un po’ kitsch dell’originale (su Cooper Blue degli Sugar), lascia trasparire tutta la bellezza della sua melodia, ed in una See a Little Light non troppo distante da quella presente su Workbook. Appena inferiori come rapporto aspettativa/resa No Reservations e Hardly Getting Over It poste a seguire. Forse è troppo forte il paragone con le versioni conosciute e provenienti dal grande serbatoio Hüsker Dü. Non che sfigurino, ma semplicemente una voce ed una chitarra non sembrano rendere al massimo il pathos che regnava negli originali (in particolare No Reservations).

Ma a questo punto una cosa va detta su questa prima metà del set e sull’uso di Mould della chitarra acustica: se qualcuno si fosse aspettato alcune finezze o semplicemente un utilizzo, non diciamo da virtuoso, ma anche soltanto vario dello strumento, sarebbe rimasto deluso. La padronanza dell’ex Hüsker Dü della chitarra (o almeno la prova che ne ha dato qui) è assolutamente base: zero arpeggi e nessun abbellimento di sorta. In generale quello che si limita a fare è suonare accordi dopo accordi senza nessun particolare riguardo verso l’arte della variazione. Il risultato è quindi monotono? Bè, certamente sì. E questo è vero tanto con la chitarra acustica quanto con l’elettrica, anche se con meno evidenza, vuoi per l’uso del forte-piano, vuoi per le peculiarità dello strumento in sè, ma ciò nonostante è quello che rimane di questo concerto. Come a dire: la canzone è spesso così forte da supplire a molte delle mancanze dell’esecutore. Un ovvio sottoprodotto (o conseguenza) di tutto ciò è che un simile live avrà quasi inevitabilmente una più alta possibilità di essere gradito da coloro che sono già a conoscenza, se non dell’opus tutta, perlomeno di una discreta parte della discografia di Mould. Chi poi ne è un fan di vecchia data (o un attento conoscitore della materia) può anche trovarsi a scoprire più di un punto a favore di una simile performance. E su tutti questi, di certo la possibilità di vedere le canzoni vestite con arrangiamenti meno conosciuti, così da riuscire a mettere in evidenza (ad orecchi attenti) nuovi particolari o diverse sfumature.

Il finale del set acustico regala buone rese di Sinners and Their Repentances dall’ampiamente saccheggiato Workbook, e I’m Sorry Baby, But You Can’t Stand in your Light Anymore dall’ultimo Life and Times. Life and Times che è protagonista anche dell’inizio del set elettrico: prima con la title­track (che assieme alla precedente canzone è probabilmente la cosa migliore dell’album) ed una The Breach che magari qualche punto in più rispetto alla versione dell’album lo guadagna, ma non molti. Si è difatti piuttosto soddisfatti quando l’incursione nella discografia più recente di Mould viene terminata (e Life and Times non riservava molto altro di meglio). Anche se una Paralyzed posta subito dopo e presa dal non eccelso e recente (2005) Body of Song non brilla certo come scrittura, fortunatamente il set torna presto su un asse più sicuro con un uno­due di canzoni prese dal repertorio Sugar, Your Favorite Thing e The Act We Act: pur private di parte della leggerezza che era propria del trio power­pop da cui provengono (ed, anzi, viene iniettato loro una discreta dose di pathos che non manca di sortire un buon effetto), sono una boccata d’aria fresca dopo un breve appannamento nella scaletta.

Quel che Mould riserva poi per il finale di concerto (e per il bis) è una vera manna per gli aficionados di vecchia data del punk che fu: cinque canzoni su sei (unica eccezione If I Can't Change Your Mind ancora degli Sugar) degli Hüsker Dü. E dire che il pubblico mostra di gradire è limitativo: tanto che, dopo una reazione più che entusiasta su Something I Learned Today, ecco che Mould alza gli occhi al cielo, come a dire: “Ma tu guarda che roba…”. L’eterna condanna del musicista con un passato troppo ingombrante alle spalle…. Comunque un passato che commuove (a ragione) più di un cuore grazie, oltre alla già citata Something I Learned Today, ad I Apologize, Celebrated Summer, Makes No Sense at All, e persino ad una In a Free Land proveniente da un passato remoto. L’omonimo 45 giri 1982, nonché il secondo nella discografia degli Huskers. Di certo un bel regalo ai fan. Che infatti apprezzano e, a concerto terminato (un'ora e dieci, ma soprattutto diciannove canzoni dopo), sembrerebbero ben disposti ad ascoltare ancora.

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