Vedere i Piano Magic a seguito del loro ultimo Ovationsè soprattutto un cercare riscontri dopo un album denso di spunti rock ed atmosfere decadenti, un lavoro che ha portato la band di Glen Johnson più vicina alle sonorità dark anni ’80. Già presenti nei loro precedenti dischi, certo, ma mai come in questo Ovations o nel precedente Part Monster (dove, però, spiccava una vena meno cupa).
Ad ogni modo, allo scoccare della mezzanotte (o giù di lì) si presentano, sul palco del Calamita di Cavriago (Re), i cinque Piano Magic: Franck Alba (chitarra), Alasdair Steer (basso), Jerome Tcherneyan (batteria), la bella francese trapiantata a Londra Angèle David Gilliou (tastiere, nonchè seconda voce) e, naturalmente, Glen Johnson a voce e chitarra.
L’attacco è dedicato ad Ovations: Recovery Position e The Blue Hour in sequenza vengono presentate in versioni sostanzialmente molto affini a quelle conosciute. Gli equilibri (fragili) dei Piano Magic su disco rischiano inevitabilmente di andare persi durante le esibizioni dal vivo, dato che qualsiasi band è portata a cercare elementi più immediati di comunicazione; in pratica il motivo per cui molti gruppi, alla prova live, si fanno “più rock”. Ed i Piano Magic in questo non differiscono. E così, infatti, alcuni brani vengono sfrondati delle loro attitudini da camera per vestire un abito maggiormente rock ed elettrico: prima Jacknifed (bonus track di Disaffected), cui viene a mancare il pregevole arrangiamento acustico dell’intro conosciuta in favore di uno scambio arpeggio/riff tutto elettrico tra le due chitarre che porta la canzone su canoni più scontati. Poi, a ribadire l’antifona, arriva Dark Horses (title track dell’omonimo EP), brano probabilmente scelto proprio per il piglio forte (ed il riff granitico), che, grazie ad una chitarra che scende scale con fare morboso e apre digressioni convincenti e vibranti per intensità, qui riesce a veicolare molte più emozioni rispetto alla esangue resa su disco. Discorso simile per la successiva Love & Music : probabilmente non tra le migliori canzoni di Johnson e soci, eppure eccola ugualmente, accoppiata alla strumentale Great Escapes, entrambe da Part Monster. Ad entrambe sembra giovare una cura ricostituente di elettricità e muscoli (in particolare a Great Escapes, la quale perde il suo muoversi sognante tra tastiere e chitarre brillanti, ma ci guadagna in impressione sonora). La soluzione funziona, anche se viene da chiedersi se il pubblico non si aspettasse forse altri pezzi…
Quindi Johnson presenta la cover di Advent degli amici Dead Can Dance: omaggio sicuramente sentito, ma che, un po’ per il missaggio non certo privo di difetti del concerto (la voce è spesso confusa ) e un po’ per la performance non sempre all’altezza di Glen, ha un effetto finale non del tutto convincente. Scorre poi The King Cannot Be Found, dove i fantasmi dei New Order (su disco) si tramutano nello spettro di Ian Curtis fin dal primo attacco vocale. E difatti, quella che pareva leggerezza su Part Monster, si dimostra qui tutt’altra cosa: la chitarra elettrica taglia (quasi) come in un revival di Unknown Pleasures, e la batteria pesta tanto quanto basta. Processo simile si riscontra con On Edge: entra Bernard Sumner (nel disco) e ne esce Ian Curtis (dal vivo). Paradossalmente invece (Music Won't Save You from Anything but) Silencenon riesce di approfittare della sua struttura quasi post rock, all’apparenza più adatta ad una performance live. E’ così in parte anche per The Faint Horizon, cui non riesce la magia di alcuni precedenti pezzi e si finisce per rammaricarsi un po’ per la sua inclusione in scaletta, nonostante una coda destinata a nobilitarne in parte la presenza e a veicolare una The Last Engineer cui basta riuscire a riprodurre, con un suono appena più sporco, quanto sentito su disco per farsi apprezzare (forte com’è della sua bellezza e di quella tastiera che sembra tolta di peso da Seventeen Seconds dei Cure). Il bis, infine, ci regala altre due canzoni: You Can Hear the Room (ancora una volta) annerita da una resa live tesa ed elettrica ed una Part Monster più minimalista del minimale, nonché più lenta: quasi da brividi rispetto alla versione presente nell’omonimo album.
Rimane insomma l’annosa questione: cosa ci si aspetta e cosa si vuole dai Piano Magic? L’atmosfera sofferta ed elaborata con un gran lavorio di bilanciamenti sentita su disco od una band dall’approccio più concreto, ma che comunque veicola le stesse cupe narrative di Glen Johnson (solo con strumenti propri più di un bagaglio di scuola new wave)? Dalla risposta dipende l’apprezzamento della loro essenza di live band.