La chiusura della trilogia è il compimento della trilogia. Pensato, scritto, realizzato. E gridato, mai come prima, al mondo. Il sipario sulla trilogia richiede l’ultimo applauso. Possibilmente interminabile.
Senza nulla togliere alla coerenza ed ad una consapevolezza cantautorale consacrata nelle massime forme (pre o post folk, la definizione è a vostro piacimento), “Howling Songs” riesce ancora a scattare in avanti, contestualizzando i precedenti (“Drinking Songs” e “Failing Songs”) nel restare, con spirito intransigente, legato al loro disperato dolore (verso l’umanità, si intende), ma osando, oggi, reagire in qualche modo. Nel modo di Matt Elliott, è palese, evidenziando ancora determinato fatalismo con tinte drammatiche, eppure devastando le atmosfere, sapendo quando e come urlare la propria angoscia. Quasi andasse a braccetto con Efrim Menuck ed i Silver Mt Zion: per musica (non sempre, tuttavia i legami esistono e sono evidenti), atteggiamento (più dilaniato in Elliott, storicizzato nei canadesi) ed attitudine alla vita.
Così l’iniziale (e meravigliosa) “The Kübler-Ross Model” vive nella circolarità e nelle esplosioni elettriche, stritolandosi violentemente per undici e passa minuti, mentre “Something About Ghost” è fantasma autorale nebbioso (destinato ad alcolismo gitano), disponibile ad evocazioni pseudo nostalgiche (“How Much In Blood?”) per poi sfociare nella ricerca dell’opposto insita in tutta l’opera del nostro (“A Broken Flamenco”, fra pianoforte e digressioni distorte). Eppure è sempre l’animo (cupo ed incazzato) a stuprare il cuore (“Bomb The Stock Exchange”), disponibile, massima concessione, a sentimentalismi strumentali accennati (“Song For A Failed Relationship”), dopo il deragliamento di una title track mai così azzeccata.
Ed alla fine è ancora poesia da nuovo millennio conscio. Poesia isolata e solitaria. Nell'intimo rabbiosa, urgente e vivida per la personale commozione (e comprensione). In una parola: indispensabile.