Opeth
The Roundhouse Tapes
Un buon antipasto, in attesa del prossimo vero albumChi conosce bene il quintetto di Stoccolma lo sapeva da tempo: il concerto del 9 novembre 2006 – un anno esatto è trascorso da quel giorno – che gli Opeth hanno tenuto al Roundhouse londinese, supportati dai Paradise Lost, fu registrato per la pubblicazione di un nuovo DVD. Quel DVD ci sarà, non temete, ed uscirà sul mercato praticamente in concomitanza con il prossimo studio album, previsto per la prossima primavera. Ciò che invece non era stato allora annunciato è proprio questa versione in doppio CD, che costituisce praticamente il primo album dal vivo ufficiale per gli Opeth.
L’unica domanda che è lecito porsi è: perché “The Roundhouse Tapes” esce su Peaceville Records, etichetta inglese che detiene i diritti di pubblicazione del solo “Still Life” – peraltro ampiamente sfruttati in una nutrita serie di ristampe del medesimo – e che praticamente scaricò gli Opeth alle porte di un tour europeo in compagnia di The Gathering e My Dying Bride nel lontano 2000? Nessuno poteva prevederlo, ma la gallina cominciò a produrre uova d’oro solo con il passaggio alla Music for Nations – R.I.P. – e col successivo “Blackwater Park”, anno 2001. La band è quindi sopravvissuta a cambi di line-up e di etichetta sino ad oggi e, ne sono convinto, l’unico vero obiettivo di Mikael Åkerfeldt e dei suoi compagni di squadra è rimasto quello di sempre: suonare la musica che più piace loro, senza imposizioni di alcun genere. Possiamo perciò considerare “The Roundhouse Tapes” al pari di un’istantanea degli Opeth anno 2006, photoshoppata quanto lo sono gli artwork del fido Travis Smith, e fortemente voluta da un avido fotografo, che sa però anche fare le cose per bene.
Ancora non abbiamo accennato ai contenuti dei nastri che, eccezion fatta per “Deliverance”, attraversano l’intera discografia della band. I punti di forza rispondono alle versioni rivitalizzante delle storiche “Under the Weeping Moon” e “The Night and the Silent Water”, ma aggiungerei che “The Roundhouse Tapes” rende giustizia soprattutto alle tastiere vintage di Per Viberg e alle complesse trame del basso di Martin Mendez, sovrastate ‘dal vivo’ da colleghi ben più irruenti. Ma cos’è un live album? È un ponte di Messina, qualcosa di cui non si sentiva alcuna esigenza fino a quando qualcuno non ci ha fatto credere il contrario. E vedrete che, così come sareste tranquillamente sopravvissuti senza un prodotto come questo, se gli Opeth rientrano tra i vostri abituali ascolti difficilmente resisterete alla tentazione di procurarvi e consumare “The Roundhouse Tapes” a dovere.
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