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Quando la musica sa commuovere

Quando la musica sa commuovere

Gli Hollowblue e la loro visione della musica; tra un passato da attenti ascoltatori, un presente d’immensa ispirazione, e un futuro da sicuri protagonisti

di Roberto Paviglianiti ~ 10/04/2008
chi
Hollowblue
testuali parole
"…personalmente cerco la commozione. Che sia ben chiaro però che commozione non corrisponde assolutamente a tristezza."
Voglia di sperimentare e tracciare linee espressive inedite, capacità di plasmare materia sonora come pochi e buon gusto per la sfumatura emozionale: sono questi i maggiori indizi che portano dritti all’idea che gli Hollowblue sono una band dal notevole spessore artistico e dal sicuro impatto stilistico.
Abbiamo scambiato due parole con Gianluca Maria Sorace (voce e anima del gruppo) e Marco Calderisi (chitarra), dopo l’uscita dello splendido “Stars are Crashing (In My Backyard)” e prima del tour che li porterà fino a esibirsi a Londra, in quella che ha tutta l’aria di essere la strada giusta verso la consacrazione.




Nel vostro ultimo lavoro, “Stars are Crashing (In My Backyard)”, emergono diversi momenti dall’andamento filmico. Il riferimento è alla pulpfictioniana “First Avenue” e agli scenari struggenti di “We Fall”. Quanto siete attratti dal mondo cinematografico?
Gianluca: Il linguaggio cinematografico è qualcosa che ha sempre avuto una forte influenza su di me. Che poi questa ricada direttamente nella musica che facciamo, non saprei. Probabilmente a livello inconscio, in alcuni casi, sì. Ma mi sento di dire che nessuno di noi parta veramente dall`idea di ottenere un certo risultato nella fase iniziale in cui ci apprestiamo a comporre e arrangiare. Lasciamo che le cose prendano il loro corso in modo molto istintivo, e così proseguiamo stando attenti a quello che la canzone stessa ci richiede. Può capitare di arrivare a comporre qualcosa di maggiormente cinematografico, ma anche semplici e dirette canzoni pop.

Se vi proponessero una soundtrack, da quale regista vi piacerebbe essere chiamati e perché?
Gianluca: Sto scoprendo recentemente David Lynch. Non avevo visto a suo tempo “Twin Peaks”. Mi sono perso le reazioni che suscitò. Immagino che debba essere stato, per le famiglie che lo seguirono in televisione, abbastanza spiazzante. Di Lynch adoro il modo sottile in cui mescola la realtà con il sogno. Non mi dispiacerebbe musicare un western. Ecco, magari un western di Lynch, se mai ne farà uno.

Ci sono altre band che godono della vostra particolare ammirazione, in Italia e all’estero, e perché?
Marco: In italia ci sono stati diversi gruppi che hanno goduto e/o godono della nostra ammirazione: Massimo Volume e Scisma per quanto riguarda (purtroppo) il passato; Ex-Otago, Perturbazione, Offlaga Disco Pax sono alcuni dei gruppi che più mi attirano e coinvolgono al momento. Tre nomi su tutti per quanto riguarda le influenze estere: i Cure, per la loro tristezza; i Blur, per la loro essenza pop; i Sonic Youth, per l`uso dei suoni.

Gianluca: Le mie influenze principali sono: David Bowie, Calexico, Nick Cave, Chet Baker, Television Personalities, Blonde Redhead, Portishead, Pulp, Sonic Youth, Arvo Part e i Divine Comedy di “Regeneration”, non necessariamente in quest`ordine. Se parliamo invece della scena italiana mi piacciono molto alcune band della nostra stessa etichetta (la Midfinger records, ndr): The Gumo, Drink to Me e Lara Martelli. E poi Luca Faggella col quale ci siamo trovati talvolta a condividere lo stesso palco, ma anche Valentina Dorme e Virginiana Miller. Voglio citare anche lo splendido progetto solista del nostro batterista Federico Moi, i Lovers of `69. Poi adoro molta della musica italiana degli anni ‘60/’70. Insomma un panorama abbastanza vasto, e ognuno dei componenti degli Hollowblue potrebbe dirti molti altri nomi. Quello che io cerco, e che accomuna quasi tutti questi nomi, è la capacita di trasmettere emozioni e portarmi alle lacrime. Ecco personalmente cerco la commozione. Che sia ben chiaro però che commozione non corrisponde assolutamente a tristezza.

La scelta di utilizzare il pianoforte, ma soprattutto il violino, deriva da una precisa voglia di mettere in gioco sonorità solitamente appartenenti ad altre derive musicali, o pensate sempre più al concetto di band allargata, magari con un’intera sezione d’archi, sax, tromba e altro?
Marco: Alla base di tutto c`è sempre una voglia di sperimentare e mischiare suoni e influenze. Questo sia dal punto di vista strumentale, che dal punto di vista di ascolti. I nostri gusti sono piuttosto eterogenei. Sarebbe molto bello poter suonare con un’intera sezione d`archi. Altrettanto poter includere stabilmente nell`organico anche un trombettista. Anche il sax è uno strumento che mi è sempre piaciuto. Però, mentre non mi è difficile immaginare una tromba o degli archi nella nostra musica, faccio più fatica a figurarmi un sassofono.

Gianluca: Adoro gli archi, in particolare il violoncello e adoro pianoforte e tromba. Non so, mi viene naturale aggiungere arrangiamenti che prevedono l`utilizzo di questi strumenti. Forse anche troppo naturale, nel senso che il rischio può essere in alcuni casi di sovraccaricare tutto quanto. Mi sembra però che finora siamo riusciti a mantenere il giusto equilibrio tra forza elettrica e acustica. Quando è possibile Andrea Inghischiano, il trombettista che ha suonato nel disco (benchè non faccia parte in modo stabile del gruppo), si unisce a noi nei live. Sarebbe bello aver sempre la possibilità si muoverci con più strumentisti. Altrettanto bello però è suonare le canzoni anche in modo semplice. Il fatto che le melodie siano abbastanza forti permette in realtà di presentare le canzoni con arrangiamenti anche semplici e diretti.

Un suono che nella sua interezza denuncia personalità, coesione ed espressività. Quanto lavoro in studio c’è per arrivare a una tale consistenza? Da dove nascono le vostre canzoni? E dove vogliono arrivare?
Marco: Hollowblue è nato come progetto solista di Gianluca e in genere la maggior parte dei pezzi nasce da lui. Con il passare del tempo c’è stata un’evoluzione costante del nostro approccio ed è risultato sempre più significativo l`apporto di tutti. Ciò sicuramente permette di creare un amalgama sonoro composito e originale. La cosa particolare è che, comunque, il processo compositivo non è celebrale o volutamente complesso. Noi suoniamo quello che ci piace e che ci viene spontaneo suonare. Però, senza dubbio, il lavoro costante e continuo portato avanti in sala prove in questi ultimi quattro anni, ha fatto sì che si sviluppasse spontaneamente un’unità e una direzione sonora di gruppo.

Gianluca: Sì, come dice Marco, le cose piano piano sono cambiate negli equilibri della band. Se inizialmente mi occupavo un po` di tutto io, adesso - benché continui a scrivere testi e melodie -, cerchiamo di far nascere le canzoni direttamente in studio. È molto più divertente e più aderente a quello che siamo. Inoltre abbiamo raggiunto un tale grado d’affiatamento che in alcuni giorni potremmo scrivere due o tre canzoni alla volta. Una grande fortuna devo dire. Nelle mie passate esperienze in altri gruppi il raggiungimento di un obiettivo in termini musicali e artistici richiedeva spesso un grande sforzo. Adesso basta accendere l`amplificatore e partire con qualche nota che tutti ci ritroviamo sulla stessa lunghezza d`onda. Quello che vogliamo è semplicemente che trasmettano emozioni forti e che emozionino noi prima di tutto. Immagino che sia un obiettivo abbastanza comune.

L’album si distingue per la cura dei particolari e delle sfumature timbriche. Impegno che si riflette anche nella bella confezione: copertina ricercata e foto azzeccate. In che modo una band che dà risalto a questi aspetti si pone di fronte all’avanzare inesorabile del digital download, ovvero della musica che non si può stringere tra le mani?
Marco: Credo che, al giorno d`oggi, il download digitale sia una realtà importante e innegabile, che vada quindi vissuta in modo attivo. Vedo il download digitale (legale o meno) come uno strumento in più per arrivare dove non è possibile arrivare con altre forme di comunicazione/diffusione. Sicuramente la proposta dd attuale è più limitata, sotto certi aspetti, rispetto a quella classica (ovvero cd o, addirittura, vinile), ma non credo che ciò costituisca un problema di fondo. I problemi sono altri.

Gianluca: Da un certo punto di vista il download digitale è davvero una grande fortuna per le band e la diffusione della musica in genere. A noi internet ha aiutato moltissimo, permettendoci di avere una certa visibilità anche oltre confine. Devo comunque dire che sono un feticista del vinile e del supporto in genere. Non riesco a immaginare un album che sia solo immateriale, non abbia odore e non invecchi col passare del tempo. Questa è una cosa a cui non riuscirei a rinunciare. Secondo me la comodità dell`accesso alla musica attraverso i canali digitali dovrebbe avere come contropartita una cura maggiore per i supporti attraverso il packaging, come fanno in Giappone dove il supporto è prezioso quasi al pari della musica stessa.

Pensate sia una vera rivoluzione o una resa inevitabile?
Marco: Una rivoluzione. Il problema casomai, non è l`eventuale diffusione, legale o meno, di contenuti digitali, ma il fatto che oggi c’è un pubblico meno interessato a certe forme di arte/spettacolo. Si va sempre più verso un sistema “mordi e fuggi”. Ovviamente questa tendenza è agevolata dal dd, ma, contemporaneamente, il dato veramente critico è quello legato alla variazione di sensibilità e interessi dell`utente finale.

Gianluca: Sì, una rivoluzione. Ma la cosa un po` triste per me è che davvero la musica viene sempre più fruita come canzone singola e non come album, lista di canzoni, progetto musicale.
La compilation come modello assoluto d’ascolto. Oh mamma quanto sono vecchio, non riesco ad accettarlo.

A maggio sarete a Londra per il tour promozionale. Vi sentite sufficientemente maturi per proporvi a un pubblico solitamente esigente come quello inglese? Cosa vi aspettate da questa esperienza e quanto pensate che la vostra musica ne possa beneficiare?
Marco: È sempre stato il mio sogno quello di calcare un palco in Inghilterra. Sono cresciuto ascoltando principalmente musica inglese, sono sonorità alle quali sono legatissimo. Sì, credo che siamo sufficientemente maturi... ma del resto lo sapremo solo quando ormai non sarà più possibile tornare indietro, cioè non appena saliremo sul palco!

Gianluca: Suonare e suonare e suonare. Questo non può che far bene a noi e alle canzoni stesse che così acquistano diverse sfumature rispetto all`album, maggior vita. Questo indipendentemente che si faccia in Italia o all`estero. Certo che confrontarci con un pubblico inglese per noi che facciamo una musica d’ispirazione per lo più anglofona è una bella sfida. Sulla carta è stata una sfida già vinta in passato visto che sono uscite recensioni lusinghiere sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, e così sta avvenendo pian piano anche per questo album.
Come credo sia noto dal punto di vista artistico ci piace molto confrontarci con quanto succede fuori dall`Italia. Vedi la collaborazione con Anthony Reynolds sul primo disco o quella con Dan Fante adesso. Il faccia a faccia con il pubblico dei live sarà comunque un`altra cosa e non vedo l`ora che si realizzi. A fine aprile faremo anche un tour tutto italiano di sette/otto date insieme a Dan Fante. Vi aspettiamo a questi appuntamenti di musica e poesia.

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