Requiem
Ad un anno esatto dalla morte di Quorthon celebriamo l`imprescindibile combo svedese
“Apprendere della morte di Quorthon è stato triste. Appena 39 anni…ricordo che i Bathory entusiasmarono Frost e me fin dall’inizio – sono stati di fatto la prima band black metal che io abbia ascoltato, sarà stato l’86 o l’87. Da allora in poi sono sempre stato un grande fan di Quorthon, e la sua opera ha influenzato tutto ciò che ho fatto fino ad oggi.”
Poche le parole di Satyr Wongraven per la morte di Thomas “Quorthon” Forsberg, trovato morto nel suo appartamento di Stoccolma il 7 giugno 2004. Poche come sono anche le cose da dire su chi ci lascia così giovane per un infarto. Il black metal ha avuto sempre un rapporto strano con la morte, omaggiata in tutte le sue forme e fogge in ogni disco true evil che si rispetti: c’è chi ha fatto foto ai cadaveri dei propri amici morti, c’è chi è andato a dire in giro che questi amici si sono ammazzati per colpa della scena “che non è più true come una volta”. C’è chi ha detto di aver mangiato pezzi del cervello di questi amici e poi ci è rimasto per una triste storia di debiti e gelosie. C’è chi post mortem è stato coronato re e protettore di tutti i blacksters - chissà se non avrebbe preferito morire nel suo letto e risparmiarsi tanta gloria. C’è chi ha deciso di farla finita di propria volontà, e qui l’elenco sarebbe più lungo, ma sono poche le persone che se ne sono andate serenamente, in modo più o meno triste e assurdo, nel proprio letto.
Certe morti creano dei problemi alla macchina del mito – non sempre è facile speculare su trapassi “tranquilli”, non figlii di una cultura di alcool e droghe a cui siamo abituati. Lo si è visto la scorsa estate a Bergen, quando molte persone hanno voluto salutare Quorthon a loro modo: le manifestazioni di cordoglio per la morte hanno superato i banali inni al mito che ogni buon artista riceve (solo) dopo morto. Ma ne parleremo alla fine. Un altro problema di questa mistificazione è che probabilmente ha a che fare con una persona che di mito non ne ha mai voluto sentir parlare. Ricorda ancora Satyr: “Pochi di noi hanno mai incontrato Quorthon. Aveva scelto di stare per i fatti suoi e di non far parte della scena e menate del genere – forse proprio questo ha alimentato il suo mito. Ho avuto la fortuna di potergli parlare al telefono un paio di volte, nel 1995 o 1996. La prima telefonata durò tre ore! Lo ricordo come una persona molto cordiale e interessante, come un piacevole interlocutore.”
In effetti la carriera dei Bathory è contrassegnata da poche uscite pubbliche, zero panzane gratuite e una discografia ben nutrita. Poco fumo e molto arrosto, per parafrasare un luogo comune?
Comunque si vogliano vedere le cose, è il 1983 quando Thomas Forsberg inizia a tappezzare negozi e locali di Stoccolma in cerca di elementi per formare un gruppo. Non sembra aver del tutto le idee chiare, però: “Ricordo di aver cercato elementi al di fuori dei circoli punk che frequentavo all’epoca. Tutti i musicisti metal che conoscevo o non erano interessati al progetto, o erano impegnati con altre bands. Io stesso non ero molto dentro quell’ambiente, conoscevo più i giri Oi e, da buon sedicenne, ero un po’ estremista: avrei preferito suonare senza un bassista piuttosto che avere nel gruppo un emulo dei Maiden con i capelli cotonati! I gruppi che mi appassionavano in quegli anni erano gli Exploited, i Motörhead, i Kiss, i Black Sabbath e i Sex Pistols: credo che soprattutto nei primi album si trovino molte influenze di queste bands.”
In effetti il debutto omonimo, pubblicato l’anno successivo, non è il solito disco NWOBHM in voga al tempo. Il sound, grezzo e ingenuo allo stesso tempo, rivela un lato oscuro che nessuno prima aveva studiato con attenzione. I Bathory rimangono un fenomeno underground fino all’anno successivo, il 1985, quando viene pubblicato il secondo album, ‘The Return of Darkness and Evil”. Il thrash (black?) grezzo e primordiale è lo stesso, forse un po’ più conscio che in passato, e finalmente il nome dei Bathory esce dalla Svezia. Qualche copia di quei vinili raggiunge la casa di Øystein Aarseth, che ha appena fondato una metal band chiamata MayheM. Dopo aver sempre ripetuto di essere stato iniziato al black metal da Quorthon e dal suo gruppo, anni dopo sentenziò che il prescelto a prendere il posto del suo defunto ex-cantante avrebbe dovuto “adorare i maestri Bathory”, altrimenti non se ne sarebbe fatto niente. Non si sa se questo sia il motivo per cui i MayheM abbiano cambiato mille cantanti, ne abbiano pescato uno fino in Ungheria e abbiano dovuto accontentarsi del loro primo singer. Ma torniamo ai Bathory e al 1985.
In una chiacchierata informale di qualche tempo fa, Fenriz notava: “Uno dei pregi dei Bathory è di essere stata una thrash band che ha acquisito uno stile senza ‘farne parte’, per poi raffinarlo e cambiarlo a suo piacimento –e in ogni occasione ha posto nuovi standard alla scena.”
È quello che succede con ‘Under the Sign of the Black Mark’, che arriva nel 1987. Un anno che se ne va alla ricerca di un bassista e di un batterista – Quorthon troverà solo quest’ultimo, tale Pålle (evito la facile ironia), che ancora una volta “…suonava di tutto tranne che metal! Quando lo conobbi era dentro a un gruppo in stile David Bowie, e quanto di più estremo conoscesse era qualche disco dei Damned [Quorthon]”. Ad ogni modo, tutti riconobbero che su disco era una potenza. ‘Under the Sign of the Black Mark’ diventò il primo, vero capolavoro dei Bathory, uno degli album che ogni buon metallaro tiene sullo scaffale. Chi avrebbe potuto accusarli in passato di plagio di Slayer, Possessed, Hellhammer, ora veniva zittito. I Bathory erano i Bathory, il sound era il loro. E non solo: incominciavano a fare scuola, Quorthon veniva invitato all’estero per conferenze stampa, dalla vicina Norvegia ai lontani Stati Uniti.
Poi, i primi segni di squilibrio. O di genio. L’anno dopo i Bathory tornano con ‘Blood Fire Death’, un album di thrash metal molto grezzo arricchito di atmosfere pagane e vichinghe. Gli ammiratori di Quorthon, passato lo stupore, non gli voltano le spalle ma accolgono la band come nuova profetessa della religione pagana in musica. Quorthon però sembra essere del tutto al di fuori da ossessioni vichinghe: rivelerà più tardi in un’intervista che “…abbiamo sempre voluto evitare che la gente ci scambiasse per il solito gruppo che dice che i vichinghi sono più fighi degli altri...perchè non è vero! Semplicemente, io ho parlato di loro perché vivo in Svezia, se fossi nato in Giappone avrei cantato dei samurai, no?” Sia per vera ispirazione o solo per interesse culturale, l’epoca vichinga continua a tenere impegnati i Bathory, che su questo tema completano una trilogia. ‘Hammerheart’ esce nel 1990 e ‘Twilight of the Gods’ nel 1991, e la trasformazione del sound è completa. Alle sfuriate thrash del primo periodo si contrappongono ora pezzi di ampio respiro, suite epiche e i mitici cori stonati, ormai entrati nella storia del metal. Ancora una volta, Quorthon e i Bathory si tengono scostati da una scena che ora inneggia a loro come miti viventi. Poche interviste, poche uscite pubbliche. Di suonare dal vivo non se ne parla: è Quorthon che combina quasi tutto nel gruppo, con l’aiuto più o meno occasionale di altri musicisti. Il 1992 e il 1993, gli anni del boom del black metal norvegese, se ne vanno in compilation celebrative del decennale: quando qualcuno muoveva i primi passi, qualcun altro festeggiava il decimo compleanno. È il 1994 quando esce ‘Requiem’, e di nuovo il sound è cambiato, stavolta verso una forma di speed-thrash poco ispirato: quest’album, insieme a ‘Octagon’ uscito l’anno successivo, è stato spesso visto come uno dei punti più bassi della carriera dei Bathory. Ma Quorthon ha già dimostrato di fregarsene di cosa pensa la gente e nel 1994 pubblica il suo primo disco solista, ‘Album’, una specie di album grunge che doveva suonare come “un tributo ai Beatles con le chitarre distorte”, cui seguirà ‘Purity of Essence’ nel 1997. Ma è con ‘Blood on Ice’ (1995) che il gruppo fa ancora vedere di saperci fare in campo epic – ed eccezion fatta per ‘Destroyer of Worlds’ (2001) – Quorthon dimostra che è questo il suo pane. Il doppio album ‘Nordland’, uscito separatamente nel 2002 e 2003, ritrova un gruppo relativamente in buona forma, alla prese con il sound che ha fondato a quasi vent’anni di distanza dalla fondazione. Un nuovo album era previsto per il 2004, ma a quanto pare non c’è stato tempo. Ci sarà tempo invece per le cavalcate nel Valhalla che ogni buon metallaro medio vorrà dedicare a Thomas, ma all’incitazione di Satyr “Everyone, light 13 candles and play your Bathory records in memory of the king!" preferisco l’attimo che ha preceduto il lungo applauso alla fine delle note di ‘Hammerheart’, il cui testo veniva proiettato all’Hole in the Sky a Bergen lo scorso agosto: “The vast gates to hall up high / Shall stand open wide and welcome you with all its within / And Oden shall hail us bearers of a pounding hammerheart”.
DISCOGRAFIA COMMENTATA
”Bathory” (Black Mark 1984)
Sedici anni, un sacco di baccano e la fondazione di un genere musicale. La manciata di brani che compone la mezz’ora dell’album è un concentrato di ingenuità thrash, sano odio giovanile black e tante idee metal non ancora ben amalgamate. Nella sua imperfezione, commovente.
“The Return of Darkness & Evil” (Black Mark 1985)
Il primo album davvero significativo dei Bathory. Il sound marcio è più o meno lo stesso del debutto, ma le song hanno più tiro e maggiore struttura. Born for Burning e Possessed incominciano a girare sui piatti dei metallari di tutta Europa.
“Under the Sign of the Black Mark” (Black Mark 1987)
La summa del primo periodo dei Bathory, il loro miglior album per molti addetti ai lavori. La band costruisce un suono proprio, innovativo, graffiante. Brani come 13 Candles, Woman of Dark Desires ed Equimanthorn diventeranno autentici inni del movimento black. Da avere.
“Blood Fire Death” (Black Mark 1988)
Il disco della svolta. I Bathory uniscono alle loro atmosfere allucinate sprazzi di cavalcate folk e suggestioni pagane. Le vocals pulite si mescolano talvolta a quelle urlate, i pezzi acquistano più respiro: Odens Ride over Nordland o la title-track sono tra quanto di più bello Quorthon abbia scritto in vita sua.
“Hammerheart” (Black Mark 1990)
I Bathory entrano nel pieno della loro fase vichinga, componendo un album epico, molto suggestivo e allo stesso tempo sobrio nello stile e nei contenuti. I cori stonati e le melodie di chitarra supportano i riff di capolavori One Rode to Asa Bay o Father to Son. Un altro album da avere assolutamente.
“Twilight of the Gods” (Black Mark 1991)
Quorthon conclude la sua trilogia vichinga con il disco probabilmente più melodico della carriera dei Bathory. Lunghe suite come la title-track, paesaggi musicali ghiacciati e grande coralità sono i punti di forza di questo album, prodotto forse un po’ in fretta ma molto ispirato.
”Jubileum I-II-III” (Black Mark 1992-1993-1998)
Compilation celebrative per il decennale e il quindicennale. Contengono il meglio della produzione dei Bathory più alcuni pezzi rari – di scarso interesse per chi non è un fan sfegatato. A queste compilation va aggiunta “Katalog” (Black Mark 2001), un cd promozionale pubblicato in seguito; niente di più di un’altra inutile antologia.
“Requiem” (Black Mark 1994)
Quorthon decide di darsi (o di ritornare?) allo speed-thrash, ma la stoffa non è più quella di una volta. Ne esce un album poco ispirato, suonato male e registrato peggio. Pochi si sono tuttavia risentiti di questo passo falso, concedendo giustamente ai Bathory il diritto di non imbroccare un album di tanto in tanto.
“Octagon” (Black Mark 1995)
Nonostante il fiasco di “Octagon”, i Bathory continuano a proseguire sulla stessa linea e riescono nel tentativo di pubblicare un album peggiore del precedente. Evitate come la peste il disco in questione e procacciatevi uno dei capolavori del gruppo. Un altro incidente di percorso che non incide troppo sulla carriera di una grande band.
“Blood on Ice” (Black Mark 1996)
Forse convinto che lo speed-thrash non gli riuscisse più, Quorthon ritorna sulle atmosfere della trilogia con una raccolta di pezzi provenienti dalle session di quei dischi. Il risultato è un disco forse un po’ frammentario, ma quasi ai livelli dei capolavori “vichinghi” della band svedese.
“Destroyer of Worlds” (Black Mark 2001)
Un patchwork di stili voluto così da Quorthon per accontentare tutti i fan dei Bathory. “Destroyer of Worlds” è un album che non segue alcun filo logico, una specie di compilation di brani in diversi stili, a volte molto ispirati e a volta davvero scadenti. Solo per i fans, appunto.
“Nordland I” (Black Mark 2002)
Il grande e ultimo ritorno all’epico dei Bathory, prima parte di un concept diviso in due album. La classe sembra essere un po’ arrugginita anche se le atmosfere e i riff sono quelli, i cori e gli assoli anche: una bella lezione alle tante nuove bands che hanno cercato di copiarli.
“Nordland II” (Black Mark 2003)
I pochi dubbi lasciati dal primo album vengono spazzati via da questo disco, probabilmente il miglior modo con cui i Bathory potevano concludere la loro carriera. I pezzi godono di una freschezza compositiva e di un’ispirazione paragonabile al miglior periodo epico.