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Addio alla meccanica industriale

Addio alla meccanica industriale

Scopriamo i colori passionali di Marco Iacampo...

di Marco Delsoldato ~ 01/02/2005
chi
Goodmorningboy
testuali parole
"Non nascondo nulla. La mia voce è lì e anche tutto il resto"
Fra un concerto e l’altro, in attesa di alcune nuove date in Germania, siamo riusciti a bloccare Marco Iacampo per fare due chiacchiere sul suo ultimo album. Con ironia, il ragazzo ci racconta di come, con “Hamletmachine”, si sia messo a nudo attraverso un folk intimista che non può non essere definito internazionale..

Marco, sono passati alcuni mesi dall’uscita di ”Hamletmachine” . Come stanno andando le cose?
Bene, però ieri sera ho dato troppo al concerto al Banale e sono stanco. Quando è troppo è troppo. Ieri la mia band ha picchiato in maniera folle e stargli dietro è stata dura.. eheh…comunque tutto bene.

Non mi sorprende…nelle occasioni in cui ti ho visto dal vivo si percepiva concretamente il tuo dare tutto, rendendo più “forti” le impressioni dell’album. Come vivi un live?
In realtà sto tentando di limitarmi. Lo sto capendo ora che le date diventano numerose e serve energia per più concerti di seguito. Sto imparando a cantare di pancia per lasciare libera l`interpretazione..Ieri sera però…

Sei stato in Germania a novembre e ci tornerai fra poco. Il pubblico tedesco come ha recepito la tua musica?
Sono molto soddisfatto. Certo, un po` di date non sono il pubblico tedesco, ma l`impressione che posso aver colto è ottima, soprattutto pensando al nostro imminente ritorno da quelle parti. Saprò dirti qualcosa di concreto più avanti.

”Hamletmachine” mi appare legato fisiologicamente al primo album, ma più compiuto, non solo da un punto di vista musicale. C’è più consapevolezza, anche nel mettersi a nudo. Sei d’accordo?
Certo, più consapevolezza perchè è più diretto. Le tematiche sono ben chiare e nei toni della musica sono rispettati i contenuti delle liriche. Non nascondo nulla. La mia voce è lì e anche tutto il resto.

Oltre alla consapevolezza ho percepito una maggior compattezza. Nell’esordio c’erano belle canzoni, ma staccate fra loro. Qui, invece, tutto appare legato. Impressione errata?
Assolutamente no! Hai fatto centro! Ho proceduto a tentoni anche in “Hamletmachine”, ma attorno avevo gente che mi coordinava..o arginava..Il disco è più compatto. Manca l’elemento di gioco che caratterizzava il primo. Non vedo però questa cosa come un difetto. Sono due dischi diversi e basta.

Come è stata la lavorazione al disco e quanto hanno contribuito i musicisti con cui hai collaborato?
Quando siamo entrati in studio ero l`unico che conosceva i pezzi. Gli altri mi hanno seguito e man mano hanno registrato le loro impressioni. E’ stato un lavoro che si è rivelato per quello che era solo dopo un po’. Ci sono stati anche dubbi se farlo uscire..Suonava come qualcosa di nuovo e, inevitabilmente, spiazzava. Le novità fanno sempre paura se non sono anticipate da un trailer..Ecco, prima del prossimo disco farò un trailer..

Un disco passionale, con tinte impetuose e sofferenti. Questi colori rispecchiavano il tuo animo in quel periodo?
Sono colori essenziali. Penso siano colori che fanno parte di tutto, basta non pensare che esistano solo quelli. Ti confesso che per un po’ l’ho pensato e quindi sì, per un po` sono stati i miei colori.


Il titolo è preso da un’opera di Heiner Muller. Quali le motivazioni di questa scelta?
Fascinazione. Dovevo ancora salutare l`era meccanica industriale. Prima di quella digitale volevo trovare un nome per la mia esperienza nel mondo. Amleto è buono, no? Ho rubato il titolo come si rubano i titoli al mondo per darli a proprio figlio, magari nel futuro i più stravaganti chiameranno il figlio con serie di numeri o lettere uniche..Anche a Venezia chiamano i figli con i nomi degli attori americani, ma scrivendoli sbagliati. Trovi Maicol, Gessica….

Se ripensi al periodo degli Elle e ai primi vagiti di Goodmorningboy cosa è cambiato nel tuo approccio alla musica?
E’ un percorso. Non ci sono cambiamenti repentini. Sono cresciuto. Sono sempre più convinto di quello che sto facendo. Ecco, questo si. Gli Elle? E chi li vede più?

Molti parlano di una scena indie italiana. Io non la vedo. Piuttosto trovo diverse buone realtà. Questo “desiderio” di scena mi sembra una sorta di senso di inferiorità che non riusciamo a toglierci di dosso..cosa ne pensi?
Bravo! Sono sempre più convinto che ognuno è scena a sè. A meno che non si voglia fare scenate..Solo così si fanno cose importanti.


Anno nuovo vita nuova. Cosa chiede al 2005 Marco Iacampo?
Di continuare così.Nulla di più

si dice sul forum...

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