Moto perpetuo
Persino John Zorn ne ha tessuto le lodi ma qui in Italia li conoscono in pochi: cerchiamo di rimediare...
Parlando di artisti italiani, troppo spesso ci si dimentica degli Zu, trio dall’inconfondibile quanto indefinibile (jazz-core?) sound la cui grande considerazione all’estero non è accompagnata in patria dall’orgoglioso seguito che ci si aspetterebbe. Sì, perché in questo mondo di cloni se c’è un gruppo italiano di cui dobbiamo essere orgogliosi è proprio quello formato da Massimo Pupillo (basso), Jacopo Battaglia (batteria) e Luca Mai (sax), che abbiamo raggiunto poco prima della data romana dello Zufest, da loro stessi ideato e organizzato.
Sono passati ormai due anni dall’uscita di Igneo, due anni on the road che vi hanno visti percorrere due continenti in lungo e in largo… quanti chilometri avete percorso in questo tour infinito?
I chilometri non li abbiamo mai contati, ma abbiamo calcolato che negli ultimi cinque anni abbiamo passato sei mesi con il culo sul furgone!
Cosa è cambiato nella band da Igneo ad oggi?
E’ cambiato molto: Igneo ha rappresentato proprio un momento di passaggio da Bromio, abbiamo iniziato a comporre forme un po’ più sintetiche, amalgamate fra di loro, mentre prima c’era un livello composto da basso e batteria e poi i fiati; ora invece è tutto un unicum. Molto meno free e più gruppo vero e proprio: per quanto, soprattutto nella composizione, l’improvvisazione continui ad esserci e a fungere da punto di partenza, c’è un amalgama maggiore fra i tre strumenti. Ad esempio ci sono delle parti in cui il basso esegue delle linee da strumento solista mentre io col sax faccio delle basi che possono essere ritmiche…. c’è questo rimescolamento. Poi mi è capitato di lavorare con Ken Vandermark in Radiale, e questo ha rappresentato un altro punto di passaggio, un altro gradino della scala.
Com’è stato lavorare in studio con Steve Albini?
E’ stata una bella esperienza: Steve è una persona che mette subito le cose in chiaro, dicendo “non pensate che io sia questo e quello o voglia farvi fare determinate cose, farvi produrre un certo suono: da questo momento in poi, per questi cinque giorni, io faccio parte del gruppo, ditemi le vostre idee riguardo ad ogni questione e vi dirò cosa ne penso”. Praticamente un compagno di viaggio.
Poi c’è stata l’esperienza con il supergruppo Spaceways Inc. che vi ha portati ad essere la prima band europea prodotta da Atavistic…
Quest’opportunità ci ha motivati tantissimo, più che altro perché abbiamo visto come una band americana, per di più grossa, si rapportasse a noi come verso dei compagni di gioco. Poi abbiamo fatto un tour americano di due settimane insieme a loro durante il quale abbiamo condiviso tutto, alberghi, pasti… e abbiamo avuto a che fare con delle persone semplicissime, con degli amici. Il lavoro che abbiamo fatto in studio è stato improntato su uno stile americano: per le registrazioni, pensavamo di fare delle ripetute e poi scegliere la migliore, invece Ken diceva che ne bastava una perché c’era tutto dentro, “buona la prima” come si direbbe. Tutto “Radiale” è stato registrato così.
Cosa vi dice il futuro? Quando pensate di tornare in studio?
Dopo venti giorni di vacanza, a settembre ci siamo messi a tirare giù nuovo materiale, ma è un lavoro che faremo tra un tour e l’altro in quanto al momento ci manca un’altra dimensione, sentiamo il bisogno di scaricare quello che abbiamo accumulato in questo periodo.
Sul dove e con chi registreremo si vedrà, perché non avendo ancora del materiale ben definito non sappiamo ancora con precisione che tipo di approccio sia opportuno utilizzare, comunque guardiamo sempre al versante americano.
Parlando di America, siete uno dei rari casi di gruppi che hanno fatto il botto oltreoceano e sono più grossi lì che nel loro paese natale: una sensazione strana, no?
Per quanto affluenza di pubblico in Italia ce ne sia e si sia venuta a creare nel corso del tempo, questa situazione lascia un po’ l’amaro in bocca, perché ti aspetti che quando sei a casa hai non dico visibilità o riconoscenza, ma almeno la cognizione che la gente intorno a te sa che esisti e stai facendo un buon lavoro… non lo dico con supponenza, ma il nostro è un lavoro serio, fatto con il cuore, con la testa e con le palle, siamo arrivati qui innanzitutto lavorando cinque, sei, otto ore al giorno.
Hai dei consigli da dare a gruppi italiani che vogliano superare i provincialismi e acquisire visibilità internazionale?
Penso che la via giusta sia quella di togliersi dalla mente l’idea che ci sia qualcuno che può fare del lavoro per te, quando invece puoi farlo benissimo da solo, credendoci, mettendoti d’impegno, lavorando… abbiamo passato anni stando in sala per sei-sette ore al giorno, provando i pezzi continuamente, dopodiché quando abbiamo ritenuto di avere del buon materiale abbiamo pensato sia a registrarlo, sia a proporlo. Il punto è questo: lavorare, perché nessuno ti regala niente.
John Zorn ha da sempre espresso apprezzamenti nei vostri confronti, quand’è che farete qualcosa insieme a lui?
Dovrà deciderlo lui, perché è uno che lavora 365 giorni all’anno: in effetti Zu e Zorn è una bella accoppiata, funziona anche foneticamente! Per il momento, però, stiamo lavorando con altri sassofonisti, per esempio stasera con noi ci sarà Mats Gustafsson che insomma…
È uno che abita due nuvolette sotto Dio! Non potendo avere James Chance…
(ride) Esatto, sì… penso che lui sia uno dei migliori, da sassofonista devo dire che ho avuto delle grandi opportunità, poter lavorare con Ken Vandermark, Peter Brotzmann e adesso con Mats, non potrei chiedere altro, giusto Chance, sì, lui ci manca!
Penso che l’equilibrio negli Zu sia qualcosa di fondamentale, perché una band che sta sempre così a testa bassa, sempre in tour o a lavorare non può prescindere dall’avere equilibrio ed amalgama al suo interno: è questo uno dei segreti del vostro successo?
Sì, è qualcosa che si sente anche dal punto di vista musicale, in quanto ognuno mette il suo senza che nessuno prevarichi l’altro, senza gerarchie né dispotismi. C’è per l’appunto questo amalgama che è sia musicale che umano. Poi è chiaro, gli scazzi possono sempre capitare: quando passi più tempo col gruppo che con la tua ragazza è naturale che ci siano dei momenti un po’ così, ma fondamentalmente siamo un bell’insieme, la nostra è una bella storia.
Ci sono anche dei progetti collaterali in corso o è già abbastanza quello che state facendo come Zu?
Ci sono degli altri progetti che vengono naturali dato il nostro approccio, tipo Dogon con Maurizio Martusciello, poi Massimo collabora anche con Mats Gustafsson, Guy Picciotto ed altri negli International Silence… poi forse, se tutto va in porto… anzi, per scaramanzia non te lo dico, però nel caso a marzo vedrai! Comunque con Mats sono sicuro che si proseguirà, ci sarà una collaborazione: abbiamo registrato due giorni a Roma, è uscito un bel lavoro e siamo tutti eccitati al pensiero di farlo uscire.
Avete festeggiato da poco il cinquecentesimo live: scegli una fra queste cinquecento serate che ti rimarrà sempre impressa.
Un live a Chicago con gli Ex, Ken Vandermark e gli altri degli Spaceways Inc., quella è stata una notte davvero magica. E’ stato durante il tour americano che ha seguito la registrazione di Radiale, abbiamo fatto una serata in questo locale, l’Empty Bottle, che è stata davvero incredibile: abbiamo suonato noi, poi gli altri due gruppi, poi ci siamo mischiati e abbiamo fatto improvvisazioni in due e in tre.
Una cosa bella ma stravagante è stata la vostra partecipazione all’ultimo Mtv Brand New Day: siete probabilmente uno dei gruppi italiani meno Mtv-friendly sulla scena, eppure siete stati parte della serata. Come è potuto avvenire?
E’ potuto avvenire perché comunque il tutto è stato organizzato dai ragazzi del Tora Tora e da Manuel Agnelli, e loro hanno visto che il gruppo lavora e comincia a tirare un po’ nonostante le difficoltà di approccio. Loro propongono, non c’è stato assolutamente alcun tipo di pressione sul tipo di performance e tutto sommato proporre qualcosa di diverso dal solito in una manifestazione di questo tipo male non può fare.
Parliamo invece di questo Zufest, questo festival di cui vi sobbarcate l’organizzazione: com’è nato e qual è l’idea dietro ad esso?
Zufest è nato quattro anni fa: abbiamo fatto una serata al Brancaleone con gli Ex, c’era una combinazione di gruppi che si trovavano a Roma nello stesso momento e ci siamo detti “perché non facciamo qualcosa insieme?” Uno Zufest, appunto. Poi da lì abbiamo iniziato a pensare che sarebbe sempre stato bello proporre qualcosa a Roma, dove non è che si vedano tanti artisti. Questa serata è stata rodata ieri a Bologna, e anche lì è stato uno dei più bei concerti che abbiamo mai fatto, è stato come bere un litro d’acqua in dieci secondi. C’è stato prima Mats che ha fatto un solo, poi noi e appena abbiamo finito hanno attaccato i Lightning Bolt: è stata una serata molto energica, una bella botta.
Parlaci brevemente di come avete scelto il cast dello Zufest, di cosa vi ha colpito di ogni singolo artista.
Dei Lightning Bolt ci ha colpito il fatto che fanno qualcosa che esula da qualsiasi tipo di produzione che ci sia capitato di sentire fino adesso, pur riferendosi a un ambito comunque underground, e Mats è uno di quei personaggi che non hanno bisogno di presentazioni, uno di quelli a cui miravamo. Per quanto riguarda Black Forest/Black Sea, invece, è stata una coincidenza: avevano una serata libera e li abbiamo coinvolti: verranno ricordati come il gruppo meno rumoroso della storia dello Zufest!
Una cosa bizzarra e interessante è l’assenza di un palco, praticamente suonate in mezzo alla gente…
Sì, è stata una scelta di suonare non dico in acustico, ma comunque con un impianto ridotto, da sala, poi volevamo suonare a terra, come abbiamo visto fare a Providence, da dove vengono i Lightning Bolt: c’erano vari gruppi che suonavano ed erano tutti dislocati a terra, chi in una stanza, chi dietro un terrazzo, molto easy, molto tranquillo, se vogliamo a metà strada tra concerto e installazione, un happening.
E invece cosa puoi dirci di questa venue, l’Acquario Romano, dove a memoria mia non sono mai stati organizzati concerti prima d’ora? Com’è uscita fuori?
Anche questo nasce da un’idea precisa, dal voler fare tutto in posti non convenzionali, al di fuori del solito ambiente da club. L’idea iniziale era di farlo a Roma all’Init, locale che però ha vissuto una serie di vicissitudini burocratiche e alla fine è stato chiuso coattivamente, ed è una grossa perdita. Anche a Bologna e a Milano abbiamo cercato posti fuori dal comune, però molti non si fidavano, molti hanno l’idea che comunque bisogna portare qualcosa di trendy, sennò la serata non “tira”. Invece, tramite delle conoscenze presso l’Ordine degli Architetti, siamo riusciti a fare questa serata che è più o meno rispondente a quello che ci eravamo proposti di organizzare.
Parliamo proprio della situazione concerti a Roma, perché voi, oltre ad essere attivissimi come musicisti, vi sobbarcate anche l’attività di organizzare eventi.
Di questo lato si occupa specificatamente Massimo, perché fin dalla nascita del gruppo ha cominciato a lavorare come promoter, e questo ha fatto sì che poi tutti i contatti convergessero verso il già citato Init, dove purtroppo ora la situazione è quella che è: quella di una capitale che fra tutte le capitali europee è la più sfigata. Non si capisce poi perché debba esserci questa cappa che impedisce di portare avanti qualsiasi tipo di progetto. I locali alla fine ci sarebbero anche, pur con qualche lacuna, ma il discorso è che come si dice a Roma il locale è gestito dal localaro che fondamentalmente, e pure giustamente, vuole i soldi. Però non c’è mai quell’occhio a qualcosa in grado di attirare un pubblico diverso e di cambiare anche l’approccio, l’idea: portare musica non è semplicemente portare qualcosa che ti fa guadagnare, un concerto è anche un’esperienza che comunica qualcosa. E’ bello, sì, andare a un concerto e divertirsi, però c’è anche un aspetto superiore, ci sono vari livelli di comunicazione.
Diciamo che anche i media non aiutano: se guardiamo ad esempio alla situazione delle radio quindici anni fa e adesso, tutto si è notevolmente commercializzato.
Sì, e questo anche per via delle case discografiche, che hanno incominciato ad applicare con più pregnanza l’equazione musica = commercio, e da qui si sono messi un po’ tutti su questi binari portando avanti un discorso che è essenzialmente commerciale. Ci sono comunque alcune radio a Roma (Radio Onda Rossa, Radio Città Aperta, Radio Città Futura) che riescono a passare una proposta in grado di essere piacevole e al contempo interessante, ma una volta la copertura era molto più capillare. Purtroppo questo è un periodo storico in cui c’è un’uniformità di idee e un tentativo di stabilire un controllo su tutto, anche sulla musica, che diventa un veicolo di diffusione di idee, sostanzialmente diventa marketing. Sostanzialmente è tutto basato sull’estetica, ci sono persone che, nulla togliendo al loro professionismo, fanno arrivare all’ascoltatore qualcosa che sostanzialmente non dà niente, entra ed esce dalle orecchie…
E’ anche un problema culturale, e in questo senso ci sono segnali preoccupanti come l’ultima edizione di Enzimi che, nonostante un cartellone abbastanza buono e la gratuità dei concerti, non ha riscosso il successo di pubblico che ci si aspettava. Insomma, in concreto, cosa possiamo fare per questa Roma?
Domanda da un milione di euro… non so, penso lavorare, continuare a sfondare quei muri che ti si continuano a porre davanti. Lavorare duro e crederci: fondamentalmente, se tu credi in qualcosa da qualche parte vai. Ti riporto ancora l’esempio dell’Init: i ragazzi che avevano aperto questo locale sono poi stati sgomberati per due volte, ma sono ormai tre anni che sono sempre lì a pigiare, a picchiare sullo stesso tasto, e hanno riaperto l’Init… e poi l’hanno richiuso, sembra che in una città come questa devi per forza uniformarti, devi stare tranquillo, vai a mangiare la pizza, se vuoi balli e poi te ne stai a casa. Bisogna resistere e lavorarci, perché penso che un movimento sotterraneo ci sia, di approcci ce ne sono, e tanti. Bisogna fare delle scelte, e qualsiasi scelta tu faccia ti porta a intraprendere un percorso. Non dico che bisogna essere stakanovisti a tutti i costi, però il messaggio è non mollare e crederci.