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Dentro la tribù

Dentro la tribù

Abbiamo scandagliato il passato e il presente di una band assolutamente atipica: non solo musica nelle parole di Geoff Tate

di Marco Pugliese ~ 30/07/2003
chi
Queensryche
Come in una legge di Murphy, se qualcosa potrà andare male, lo farà. Questo come corollario di un’intervista davvero tribolata fino alla fine. Mentre per le attività promozionali con gli ultimi arrivati non ci sono mai problemi di comunicazione, con telefonate puntuali e copie promozionali che arrivano con mesi d’anticipo per permetterti di sviscerare album scialbi e privi di sorprese, ogni volta che ti si presenta l’opportunità di intervistare un nome davvero importante succede qualche imprevisto.

Quando mi si paventò la possibilità di intervistare i Queensryche, cominciai subito a pensare alle mille domande che avrei fatto ad un gruppo così importante ed atipico nel panorama heavy metal. E soprattutto, morivo dalla curiosità di ascoltare il nuovo “Tribe”, che nei sogni di ogni fan avrebbe dovuto segnare un ritorno in grande stile. Puntualmente, qualcosa nel meccanismo perfetto ha finito per incepparsi: il promo non è arrivato, e a causa di problemi di lavoro rischiavo di dover dare forfait ad un’intervista tanto attesa. Fortunatamente, grazie alla disponibilità di Max e Marco di Edel Italia e alla cortesia di Geoff Tate, sono riuscito a recuperare l’intervista in extremis, trasformando un incontro faccia a faccia in un’ora di interurbana tra Milano e Torino.

E ne è valsa la pena, i Queensryche meritavano un’intervista che da’ lustro anche alle nostre pagine, poiché è un vero onore ospitare una band che, nonostante venti anni di carriera alle spalle, è ancora capace di regalare emozioni e dispensare classe a piene mani.

Cortese così come lo avevo sempre immaginato leggendo le sue interviste, Geoff Tate si è dimostrato un interlocutore intelligente e curioso, stimolante e soprattutto in grado di condurre il dibattito su sentieri inaspettati. Parole mai scontate, senza peli sulla lingua e profondamente sincero in ogni occasione: così posso riassumere Geoff Tate, protagonista di una delle più belle interviste che abbia mai avuto l’onore di fare.


Geoff, gettiamo subito le carte in tavola: “Tribe” non l’ho ancora ascoltato. Quindi non prendertela se in quest’intervista parleremo molto poco del nuovo disco e molto più dei Queensryche. Tuttavia, vorrei che spendessi qualche parola per descrivere il vostro ultimo lavoro, che molti hanno descritto come un ritorno ai tempi di “Promised Land”…
Marco, non c’è nessun problema. Mi spiace che tu non abbia ancora ascoltato il disco, ma di interviste riguardanti questo o quel brano dell’album ne ho già rilasciate tante nel corso di questo tour promozionale. Sono quindi contento di cambiare registro almeno una volta, per parlare d’altro. Comunque, in parte concordo con chi ha trovato delle affinità tra “Tribe” e “Promised land”. Come sai i Queensryche non si sono mai ripetuti nel corso della loro storia, quindi troverei scorretto parlare di un ritorno al passato, magari considerando il nostro nuovo contratto con la Sanctuary. “Tribe” ha però un’intensità maggiore rispetto ai nostri ultimi lavori, e soprattutto abbiamo svolto un grande lavoro in fase di produzione, cercando di andare nel cuore del suono e di farlo uscire dalle casse nella migliore forma possibile. Siamo tutti molto soddisfatti del lavoro svolto su “Tribe” e crediamo molto in questo nostro ultimo disco.

Hai citato il contratto con la Sanctuary, e sono stati effettivamente in molti a temere un ritorno con un improbabile (ma non del tutto inverosimile) “Operation: Empire”, all’insegna del cerchiobottismo per recuperare la vecchia guardia e avvicinare nuovi fans. Però da quel che mi dici questo timore sembra sia stato sconfessato…
Nella maniera più assoluta. Come ti ho detto prima, non siamo il genere di gruppo in grado di vivere sugli allori o, magari, di ritornare ad una formula vincente qualora i nostri dischi non vendano a sufficienza. Siamo stati scaricati dall’Atlantic senza tante cortesie, dopo che ci avevano preso dalla Emi, e posso anche capirli poiché i nostri ultimi due lavori non sono stati dei best seller. Ma, d’altra parte, i Queensryche sono così: prendere o lasciare. Non abbiamo mai fatto nulla per il mercato, ti basti pensare che dopo un disco come “Empire”, che vendette milioni di copie, tornammo nei negozi con “Promised land”, un album tutt’altro che facile. Con la Sanctuary le trattative si sono svolte in maniera limpida: ci hanno offerto un buon contratto, vantaggioso anche dal punto di vista economico, e soprattutto non ci hanno imposto vincoli. E’ questo il miglior modo per far lavorare un musicista: la pressione, troppa pressione, non sempre paga.

Forse non si è trattato di un ritorno all’antico, però trovare di nuovo Chris DeGarmo nei credits di un vostro album ha sempre un sapore un po’ speciale…
Ti dirò la più banale delle cose, ma Chris è uno di famiglia. Dopo tanti anni passati insieme tra tour e studio di registrazione, la magia è sempre quella. Avresti dovuto vederci in studio, come qualche anno fa, tutti concentrati e desiderosi di dare il nostro meglio. Siamo sempre rimasti in contatto con lui, ed è stato naturale chiamarlo lo scorso gennaio, proprio quando stavamo finendo le registrazioni di “Tribe”, per chiedergli se gli andasse di darci una mano. Non ci ha pensato due volte, ed è tornato, aiutandoci nella composizione di alcuni brani.

Possiamo quindi dare fiato alle trombe e annunciare il suo ritorno in pianta stabile nei Queensryche?
Questo no, poiché ad esempio non ci seguirà durante il tour che intraprenderemo tra poche settimane. Gli abbiamo offerto la possibilità di rientrare tra i ranghi della band, ma al momento non è parso interessato. In tour andremo con Mike Stone, un bravo chitarrista che ci ha aiutato durante la stesura di “Tribe”. Per quel che riguarda Chris, sono felice che si stia riavvicinando. Per il resto: time will tell!

Una curiosità sul nuovo album: viene rinnovata la tradizione che vuole in chiusura di ogni disco un brano particolarmente rappresentativo, solitamente il migliore del lotto?
Non sei il primo che ce lo dice: allora è vero che tutti pensate che ogni nostro album sia chiuso dalla canzone più bella del disco (scoppia a ridere, nda). Quando ascolterai il disco vedrai: visto che non ne hai ancora avuto la possibilità, preferisco non rovinarti la sorpresa!

Se dovessi descrivere con un solo aggettivo “Tribe” a chi non l’ha ancora ascoltato, come me, quale sarebbe?
Un solo aggettivo? Sicuramente intenso.

Geoff, guardati indietro e rispondimi sinceramente: nessun pentimento riguardante “Hear in the now frontier” e “Q2K”?
No. Anche se molti li considerano gli anelli deboli della nostra carriera, credo che anche nei due dischi che hai citato ci siano dei brani di assoluto valore. Sono gli album che rappresentano ciò che eravamo in quegli anni…

In molti hanno visto in “Hear in the now frontier” un vostro tentativo di rivisitare il sound di Seattle, filtrandolo attraverso il vostro marchio di fabbrica…
Ancora oggi lo considero un buon disco, magari con il passare del tempo verrà compreso dai più. Purtroppo questo è un rischio che abbiamo corso in più di un’occasione, dato che i nostri album non sono sempre stati immediati. Sound di Seattle? Forse, ma sarebbe anche curioso sapere quanto e se anche noi, come Queensryche, abbiamo influenzato la scena della nostra città, non trovi?

Ho sempre reputato “Hear…” un buon disco, mentre secondo me il vero punto debole della vostra discografia è “Q2K”. Condividi la mia opinione?
No, ma ognuno ha i suoi gusti. Ovvio che non siamo più la band che ha inciso “Rage for order”, così come tra cinque anni non saremo più quella di “Tribe”. Ma l’importante è non rinnegare mai il proprio passato, ed essere orgogliosi di ciò che abbiamo fatto. Certo, a distanza di anni tante cose sembrano sempre migliorabili, o addirittura possono sembrare tremendamente datate…

O anche kitsch, come le vostre foto proprio su “Rage for order”!
Oddio (scoppia in una risata, nda)! Volevamo dare al disco un taglio un po’ moderno, anche troppo, e ce ne uscimmo vestiti in quella maniera, con i capelli cotonati, mantelli e stivali. Era quasi un abbigliamento pre-cyborg, se ci pensi. Eravamo dei precursori all’epoca, ma ora non mi vedrei più in quei panni!

Visto che stiamo facendo un salto indietro, come riesci a far convivere i due aspetti di una band dal passato ingombrante ed importante e un futuro ancora lungo davanti?
E’ una domanda molto difficile, ma interessante. Le prime difficoltà penso arrivino quando ci si pongono troppi obiettivi a lunga scadenza, perdendo di vista il presente. Per i Queensryche è sempre stato necessario concentrarsi sul momento, su ciò che si stava facendo in un determinato lasso di tempo. E’ molto importante, perché ti permette di non sentire la pressione di ciò che hai già fatto e che magari ha avuto un enorme successo, e ciò che deve ancora venire, con le relative paure di fallire, o di creare qualcosa che molti non saranno in grado di apprezzare. Siamo insieme da vent’anni, abbiamo attraversato mari calmi e tempeste, ma siamo sempre riusciti a non affondare e, soprattutto, a tenere la rotta proprio dove volevamo andare. Non faccio molti paragoni con il passato proprio perché spesso si tratta di fotografie istantanee di momenti che non torneranno più, ma cerco in tutti i modi di vivere bene nel presente, dando il massimo secondo quelle che sono le mie capacità nel momento. Penso che questo sia il modo più giusto per confrontarsi tra la propria storia e le proprie future aspirazioni.

Parafrasando “Best I can”, hai fatto il meglio di ciò che potevi, con ciò che avevi a disposizione?
Che dotta citazione! Comunque sì, ho sempre dato il massimo. I Queensryche hanno sempre dato il massimo.

E, se la pressione non arriva dall’interno della band, quanto può incidere quella dall’esterno? Da parte della critica, ad esempio?
Incide quando sei insicuro, non quando sei fermamente convinto e credi in ciò che fai. Prima parlavamo di “Rage for order”: all’epoca, nel 1986, furono in molti ad accoglierlo storcendo il naso. Parte della critica ne parlò male, come di un album pretenzioso e comunque non in linea con quello che era il sound dell’epoca. Certo, c’erano le influenze di mostri sacri come i Judas Priest, ma ci affrancammo anche un po’ da certe etichette e creammo davvero un nostro sound. Pensa, se avessimo dato retta alla critica, a quest’ora saremmo qui? Non credo. Saremmo rimasti un’onesta band di heavy metal, ma non so quanta strada avremmo fatto.

Ed è interessante notare come “Rage for order” sia stato totalmente rivalutato nel corso degli anni e, ancora oggi, sia indicato come una delle avanguardie dell’heavy metal…
Hai ragione. Forse se uscisse oggi i suoni sarebbero migliori, avremmo più tecniche a disposizione, ma l’attualità dei testi è quasi impressionante, non trovi?

Certi temi non passano certo di moda. Anzi, a volte mi sconvolge il pensare a certi vostri brani e trovarli di un’attualità disarmante. Ad esempio “Operation: mindcrime”: ho l’impressione che potrebbe essere suonato all’infinito senza perdere un briciolo del proprio significato, anzi…
E’ un disco nato in piena epoca reaganiana, ma sembra scritto oggi che al comando c’è Bush jr. e non avrebbe stonato ieri quando c’era Clinton. E’ attuale perché nella società moderna certi problemi vengono continuamente affrontati: il potere dei media, il controllo dei media, l’influenza dei media. Il nostro obiettivo era quello di porre l’accento su questioni di cui pochi parlavano, e pensavamo che la musica potesse essere un ottimo mezzo per fare della contro-propaganda. Nel nostro piccolo, riuscimmo a risvegliare qualche coscienza e fu un grosso traguardo. In una società fatta di comunicazione, dove l’essenziale più che vedere e farsi vedere è il non-vedere, il nascondere qualcosa, è importante che ogni tanto qualcuno si alzi in piedi per urlare e per indicare a tutti che qualcosa non funziona. “Operation: mindcrime” fu il nostro piccolo tentativo di porre l’accento su un problema che, come vedi, è ancora irrisolto. L’informazione non è mai obiettiva, e lo dimostra il recente conflitto in Iraq.

Pensi quindi che non sia cambiato molto in termini di “manipolazione delle masse” dal 1988 ad oggi?
No, non vedo grandi cambiamenti. I conservatori sono di nuovo al governo, almeno da noi negli USA, ma anche in Europa alcuni dei laburisti non hanno atteggiamenti troppo diversi, e penso a Tony Blair. La verità è che certi problemi vanno ben oltre colori e connotazioni politiche, perché toccano gli interessi di ognuno, indipendentemente dal proprio credo. Ci sarà sempre qualcuno, qualche eminenza grigia, che detterà le regole e tutti saranno costretti a seguirle. Io, ad esempio, sono terrorizzato dalle sette religiose. Forse qui in Italia avete un forte sentimento religioso che non permette a certe piccole realtà ai confini con la clandestinità di raccogliere adepti, ma in America ci sono troppi gruppi che sfruttano la religione per secondi fini. Questo penso dipenda dal fatto che c’è una scarsa cultura, che accompagnata dalla paura nei confronti del futuro, fa correre la gente tra le braccia di questo o quel “maestro”. Basta accendere la televisione e vedere canali monotematici che sembrano farti il lavaggio del cervello, plasmando totalmente la coscienza dei più deboli. E come vedi, per manipolare le masse, i mezzi di comunicazione sono fondamentali. Così era nel 1988, così è dopo 15 anni.

Il vostro è stato sempre considerato un atteggiamento molto critico nei confronti degli Stati Uniti, quasi al limite dell’anti-americanismo che puntualmente torna di moda. Perché?
Erroneamente, in realtà è una critica al mondo occidentale, in senso più ampio. Agli Stati Unti perché sono il nostro paese, la nostra bandiera, ma questo non ci impedisce di essere obiettivi. Parliamo semplicemente della realtà che conosciamo meglio. E, vivendo in un’opulenta società occidentale, notiamo tante cose che non vanno, che non ci convincono. Non è una critica cieca, forse ai tempi fu fomentata dall’avvento di Reagan e della Tatcher, ovvero i simboli del conservatorismo più ortodosso. Ma, come ho detto prima, le cose non sono cambiate nonostante i tanti governi di diverso colore che si sono avvicendati.

Ho molto apprezzato il tuo album solista uscito lo scorso anno, e nella canzone d’apertura, esordivi così: “Tell me what I believe in, I’ll say compromise”. Lo pensi davvero?
Certo. Forse per quel che riguarda l’arte non scenderei mai a compromessi e non l’ho mai fatto, ma il compromesso è a volte l’unica ragionevole via d’uscita dai problemi. Penso a quante situazioni, grandi e piccole, si potrebbero risolvere con un po’ di buonsenso…

La situazione mediorientale, ad esempio. O anche il post-11 settembre: pensi che avrebbero avuto esiti diversi seguendo le strade del compromesso?
Non posso ragionare a posteriori, ma sicuramente un atteggiamento più “accomodante” avrebbe portato a risultati differenti. Quello che è successo l’11 settembre è stato uno shock ancora in parte non assorbito; so che da voi in Europa ha suscitato terrore e incredulità, ma posso garantirti che per un americano è stato qualcosa di più. Non avevamo termini di paragone con cui confrontare un evento straordinario come quello, e dinanzi alla novità l’atteggiamento che prevale è la paura, seguita da un sentimento di riscossa, se non di rivalsa e vendetta. Ed è esattamente quello che è accaduto. Certo, in ogni guerra qualcuno troverà dei buoni motivi per concludere affari, e nemmeno voglio andare a fondo scoprendo quante e quali relazioni ci siano tra i governanti, i produttori di armi, gli esportatori di petrolio e quant’altro. Combattere una guerra come le recenti, però, può essere controproducente secondo molti punti di vista, a partire dall’arroganza che può assumere un “potente”, che inevitabilmente si ritroverà contro parte dell’opinione pubblica. Ma, naturalmente, rimangono i media per spostare l’attenzione laddove si vuole e tu, Marco, sai quante cose noi non sappiamo?

Siamo la tribù, all’oscuro di tutto?
Hai centrato una parte del significato del concetto di tribù, ma c’è anche altro. Un comune sentire, un filo che lega ogni essere vivente, degli ideali comuni e qualcosa che va al di là del colore della pelle o del credo religioso. Siamo una tribù, vero, ma dobbiamo prendere coscienza di ciò che siamo, cercando di ragionare con le nostre teste.

Una rivendicazione d’identità quindi, e non solo d’intenti…
Esattamente.

Si può quindi parlare di “Tribe” come di un concept album?
No se lo intendi nel senso più classico del termine, poiché non è narrata una storia come poteva essere quella di “Operation…”, non ci sono personaggi, non ci sono protagonisti. Qualcuno potrebbe considerarlo tale per il sottile filo che lega le canzoni, per il mood del disco. Ma non mi sentirei di definirlo un concept in senso stretto.

C’è ancora fervore in te? C’è ancora il ribelle che cantava “Chemical Youth”?
Sì, credo ci sia ancora, anche se ho vissuto tante esperienze e la mia vita è cambiata. La famiglia e i figli cambiano, ti fanno crescere e maturare. Forse ho smussato certi angoli della mia personalità e vedo le cose in maniera diversa, ma credo che in fondo ci sia ancora un po’ di quel ribelle che ero anni fa, e che probabilmente tornerebbe a prendere il sopravvento su ciò che sono oggi se ce ne fosse bisogno.

All’inizio dell’intervista ti ho chiesto come convivessero i Queensryche con il passato e la necessità di rinnovarsi. E come convivono i Queensryche con l’etichetta di band di heavy metal “intelligente” che si portano dietro da sempre?
Vorresti forse dire che l’heavy metal è stupido?

No, ma voi siete un caso unico in tutto il panorama. Siete un gruppo in grado di piacere anche a chi non è avvezzo a certe sonorità, e ti garantisco che conosco molti vostri fan “insospettabili”!
Questo penso accada perché qualcuno da’ importanza anche ai testi, non solo al suono. I nostri esordi sono stati smaccatamente heavy, e ancora oggi amiamo suonare musica pesante, sebbene il tempo sia passato anche per noi e forse ora andiamo molto più piano (ride, nda). Tornando alla tua domanda, preferiamo essere considerati come un gruppo intelligente che uno stupido, ti pare?

Ovvio, ma quello che intendevo dire è che mentre tanti altri gruppi raccontavano di maghi, mostri e motociclette, voi uscivate con testi decisamente impegnati e controcorrente…
Era una cosa naturale, non premeditata per conquistare chissà quale nicchia di mercato “colta”, popolata da metallari. Siamo stati felici, poi, che in molti abbiano apprezzato il nostro modo di affrontare certi temi e speriamo di aver dato un piccolo contributo per far pensare la gente.

Perché l’heavy metal, anche nelle forme più erudite, è sempre stato oggetto di critica e di censura? Penso ad esempio al PMRC…
L’heavy metal è un bersaglio facile, per questo viene attaccato. Forse certi atteggiamenti di alcune band non aiutano, ma penso che basterebbe un po’ di buonsenso per capire che i Judas Priest non incitano all’omicidio o al suicidio più di quanto non faccia Jack Nicholson recitando il ruolo di un pazzo omicida. Basterebbe scindere l’aspetto artistico, spesso volutamente pompato ad hoc, da quello umano. In America è un problema molto sentito, poiché si cerca perennemente un capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe di qualche tragedia. Ecco quindi che Marilyn Manson diventa la causa di ogni male ogni volta che c’è una strage in una scuola, mentre in pochi s’interrogano sulla provenienza delle armi che può comprare anche un adolescente. C’è molta ipocrisia intorno a certi problemi, mentre si trascurano le questioni davvero importanti.

La censura è in atto anche qui. Tra pochi giorni sarete al Gods Of Metal, e forse avrai sentito dei problemi che sta incontrando Marilyn Manson per la sua esibizione al festival (che con profondo spirito di sacrificio si è procurato una tracheite-lampo per salvaguardarci dalla sua musica diabolica e farci vivere felici e contenti, nda)…
Sì, ho sentito qualcosa al riguardo e mi è venuto da ridere. Lo conosco bene, è un nostro grande fan e sono rimasto sorpreso quando l’ho trovato nel backstage di un nostro concerto a Seattle, con i nostri album in mano per farseli autografare. Tant’è che abbiamo passato una serata a bere con tutti gli altri ragazzi, e si è dimostrato un ragazzo davvero gentile, molto cortese e disponibile. Chissà come reagirebbero certi benpensanti a vederlo così mite e pacato: una persona squisita, davvero. Forse incontrarlo off-stage servirebbe a qualcuno a rendersi conto di quanto certe preoccupazioni siano immotivate…

C’è un sentimento che hai sempre sperato di suscitare nei tuoi ascoltatori?
Un sentimento forse no, ma ho sempre voluto pensare che i nostri album abbiano fatto pensare chi li ascoltava.

Tempo fa ti dicevi troppo impegnato e concentrato sulla tua musica per ascoltare anche altri artisti. E’ ancora così? O c’è qualcuno che ha destato il tuo interesse?
C’è un solo gruppo che negli ultimi anni mi ha davvero conquistato, e sono i Porcupine Tree…

Non ci credo…
Perché, li conosci?

Geoff, sono uno dei miei gruppi preferiti e saperti un loro fan mi riempie davvero di gioia, perché è magnifico condividere certe passioni ed emozioni con qualcuno che ha una sensibilità artistica ed uno spessore come il tuo…
Ti ringrazio molto per le tue parole, Marco! I Porcupine Tree mi piacciono molto, so che il loro cantante ha anche lavorato con molti musicisti come produttore, facendo un ottimo lavoro. Forse è un po’ distante dal suono dei Queensryche, ma trovo affascinante la ricerca sonora che svolge con il suo gruppo, e certe melodie, certi testi, mi hanno davvero colpito molto… magari sai darmi anche qualche dritta sugli album da avere…

Se vuoi posso metterti in contatto con Steve Wilson, chissà che non ne esca fuori una collaborazione! Piuttosto, parlando dei rapporti con altri musicisti, so che tra poco prenderà il via in tour che ogni amante del prog metal attendeva da sempre: voi sul palco con i Dream Theater e i Fates Warning…
La sacra triade, come hanno scritto in molti (ride, nda)! Con i Dream Theater siamo amici da molto, e penso che i Fates Warning meritassero una buona occasione per vedersi tributato un successo che in pochi hanno riconosciuto loro. Sarà una buona occasione per i nostri fan di godersi tre grandi band, non trovi?

Davvero i rapporti con i Dream Theater sono buoni? Eppure Mike Portnoy tempo fa dichiarò che i Queensryche negli anni ’90 incisero alcuni tra i dischi peggiori di sempre (in realtà l’educato Portnoy li definì come “the worst pile of shit I’ve ever heard”, nda). Lo sapevi?
Mike è un buontempone, forse stava scherzando (ride, nda).

Avremo la possibilità di vedere la sacra triade anche in Europa?
E’ presto per parlarne, ma se ce ne sarà l’occasione verremo al volo. Per ora, non mi resta che darti appuntamento a Milano, tra pochi giorni! E, se dovessi sentire Steve Wilson, dagli pure il mio indirizzo e-mail.

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