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 All Tomorrow`s PartiesAll Tomorrow`s Parties
chi
All Tomorrow`s Parties + Ten Years Of All Tomorrow`s Parties
dove
Minehead, Butlins
quando
2009-12-11

All Tomorrow`s Parties

Dieci anni in tre giorni. O qualcosa di simile

di Marco Delsoldato ~ 21/12/2009

11-12-13 Dicembre 2009

Senza entrare a gamba tesa nei territori di Francesco Alberoni, il secondo week end dicembrino dell’ All Tomorrow’s Parties riassume doveri e piaceri del rapporto di coppia. Da una parte il festival, impegnato a festeggiare i dieci anni con un’edizione importante ed esaustiva nell’esplicare l’attitudine della manifestazione. Dall’altra il pubblico: tanto fedele (chi va una volta difficilmente rinuncia a tornare) quanto pretenzioso. E, va ammesso, per il decimo compleanno le attese erano esponenzialmente elevate. Nel mezzo, come amanti/amici, gli artisti protagonisti che, tuttavia, spesso si trasformano nei personaggi precedenti: vuoi siano organizzatori, vuoi diventino spettatori di concerti. Un ménage à trois. Nel concreto spesso al limite della perfezione. Con buona pace di Alberoni.

Queste le note premesse, esasperate poi in positivo da una tre giorni frenetica ed intollerante nello sviscerare sonorità e musiche di un decennio ed oltre: cercando il passato, vivendo il presente ed immaginando il futuro. Senza limiti o catalogazioni eccessive, se non quella della qualità, presente (quasi) sempre con arroganza e personalità d’altri tempi. Sfuggendo, badate bene, a qualsiasi richiamo modaiolo o tendenzioso. Così l’incipit di Alexander Tucker & Decomposed Orchestraappare fra i più azzeccati possibili attraverso uno scurissimo folk visionario e grezzo, narcolettico nel dipanarsi e romantico anche quando graffiante tramite archi sporchi. I Bardo Pond (non li vedevamo dal tour con i Mogwai di diversi anni fa) si confermano come fra i migliori esempi di un rock in cui psichedelica e tragedia si miscelano per generare ipnosi incessanti. Attuali, anche a dispetto di alcune prove discografiche inferiori alle attese. Canonico Stephen Malkmus, che con i The Jicks varia fra obliquità indipendente (bene) e pop prog (molto male). Ma lui lo aspettiamo a maggio con i Pavement ed i crucci scompaiono in fretta. Yeah Yeah Yeahs è stato forse il solo gruppo a sembrare fuori posto (fra lunghe attese e live set traballante), mentre J. Mascis pare non abbia deluso nemmeno le bariste locali. Sotto tono, invece, i Mùm ed un’indietronica poco sensibile alla passione auspicata. Anche sfortunati, perché il giudizio è peggiorato dopo la successiva doppietta Fuck Buttons (i Mogwai senza strumenti, almeno nelle deflagrazioni) e Tortoise (secca vittoria sui Battles comunque dignitosi il giorno dopo): esperienze ad alto tasso di sudore e gradimento.

I limiti temporali del sabato sono la sublimazione di un periodo musicale e di un concetto sonoro. Apre David Pajo in versione Papa M per un concerto dedicato a Live From A Shark Cage. Il post degli arpeggi ed il soft noise emozionale. Si piange o qualcosa del genere, come si resta immobili dinnanzi al ritorno dei For Carnation ed alle pause rallentate: siamo ancora al tempo di Marshmallows e non abbiamo dubbi in proposito. Ed il clamore, assoluto, non poteva che dilatarsi alla moviola. Nel mezzo i veri sovrani dell’evento: Shellacè vita e speranza di un mondo migliore, perché se mondo sarà Albini, Weston e Trainer saranno con noi. Due esibizioni in due giorni, differenti per scaletta ed identiche per tutto il resto. E mentre i Melvins portano sul palco tutte le loro batterie ed un tiro oggi raro, i Modest Mouse fanno qualche passo indietro, pur non sbagliando la scelta delle canzoni. Nessuna catastrofe imminente, ma ci si aspettava altro. Carenze che non hanno avuto Apse (bravi e avant il giusto, dal vivo sembrano molto migliorati) e, ci dicono, Sunn O))), impegnati il sabato in The GrimmRobe Demos e la domenica con Monoliths & Dimensions. Al solito divertente (ma anche concreta da un punto di vista strumentale) la fenomenologia Deerhoof ed oltremodo soddisfacenti gli ormai abituali Polvo. Riescono a deflagrare con crescendo ed emozioni quegli Explosions In The Sky che, come altri nomi presenti, dell’All Tomorrow’s Parties sono stati curatori e fanno sentire Minehead come casa loro. A chiudere l’incendio intollerante dei Lightning Bolt (a cui ad un tratto si sono aggiunte delle Afrirampo in versione hawaiana). Distruzione totale o qualcosa del genere. Nel concreto a salvarsi è solo l’ATP, già pronto per le edizioni di Maggio. Che Dio lo salvi, nella società musicale odierna è quantomeno indispensabile.

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