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Il presente sorride a quelli come noi

Il presente sorride a quelli come noi

Alla soglia dei cinquant`anni Federico Fiumani si racconta

di Roberto Bonfanti ~ 24/11/2009
chi
Diaframma
testuali parole
"Il rock oggi non ha più lo stesso significato che aveva venticinque anni fa: un ragazzo che oggi impugna la chitarra non può avere lo stesso approccio che avevamo noi."

La cosa che non smette mai di stupire di Federico Fiumani è la spontaneità. In qualunque contesto si trovi e qualunque argomento stia trattando, lui lo fa a modo suo, in modo genuino, senza mai fare nulla per ostentare il fatto di essere uno dei personaggi più importanti degli ultimi trent'anni di rock alternativo in Italia ma senza nemmeno atteggiamenti forzati da antidivo.
Venticinque anni dopo l'uscita di
Siberia, abbiamo incontrato il leader dei Diaframma a Solza (BG), in una stanzetta del Castello Colleoni mentre una sala gremita attendeva l'inizio del suo concerto solista, per chiacchierare della storia della band e della sua vita alla soglia dei cinquant'anni.

Nel libretto della ristampa di Tre Volte Lacrime, parlando del periodo d'uscita di quel disco, avevi scritto: “Ero allo sbando. […] Allo sbando vedi cose che in equilibrio non vedresti mai.” A distanza di qualche anno, ti senti ancora allo sbando?
Per certi versi si e per altri no. Quando uscì Tre Volte Lacrime avevo ventisei anni e, per fortuna, un po' di saggezza ed un po' di equilibrio con gli anni arrivano. Però credo che un artista debba sempre essere un po' allo sbando, deve sempre cercare di non accettare le prospettive preconfezionate e rischiare un po', anche nella propria vita privata: se vuoi esprimere delle emozioni nella musica devi prima andarle a cercare nella vita, per cui è sempre una vita un po' allo sbando.

Non a caso una cosa che sorprende dei tuoi dischi è la grande spontaneità. Ascoltandoti si ha sempre l'impressione che tu continui a scrivere per urgenza di raccontarti.
In fondo sono figlio del punk, che è stato un movimento che prediligeva la spontaneità e l'immediatezza, per questo le cose troppo mediate o troppo pensate finiscono col risultarmi un pochino indigeste. A me piace la musica semplice, diretta, d'impatto e mi piace cercare di conquistare l'attenzione del pubblico in questo modo.

In Tre Volte Lacrime c'era anche un pezzo che diceva “distruggi il futuro”. A distanza di qualche anno hai poi scritto “Il futuro sorride a quelli come noi”. Per cui con gli anni si diventa anche un po' ottimisti?
Ma sai, il futuro di fatto non esiste, il futuro è solo un'ipotesi, per cui su di lui si può dire tutto e il contrario di tutto.
Se ci pensi bene però, nella canzone che citi, cantavo “distruggi il futuro se non ti appartiene”. Per cui non il futuro in generale ma il futuro che qualcuno ha già creato per te. Dunque forse non era nemmeno un concetto così nichilista in fondo...

Facendo un ulteriore passo indietro, sono passati esattamente venticinque anni dall'uscita di Siberia. Che effetto ti fa, a distanza di tanto tempo, riascoltare quella canzone o trovarti a risuonarla in ogni concerto?
Siberia per me è come un passaporto, una carta d'identità, qualcosa che mi identifica: credo che la gente ai concerti non andrebbe via se non la suonassi. Posso permettermi di fare il musicista proprio perché ho fatto quella canzone per cui mi fa sempre piacere riascoltarla, quando mi capita di sentire il disco, e sono contento che le nuove generazioni la riscoprano di continuo. Quel brano è un pezzo di me.

In quegli anni Firenze era la capitale del rock in Italia. Come vedi la Firenze di oggi rispetto a quella dei tuoi esordi?
Sicuramente molto meno propositiva. Ma credo che dipenda anche dal significato che si da al rock: Firenze negli anni '80 ha espresso una scena rock molto forte, questo lo sappiamo tutti. Il problema è che il rock oggi non ha più lo stesso significato che aveva venticinque anni fa: un ragazzo che oggi impugna la chitarra non può avere lo stesso approccio che avevamo noi. Per noi, come era stato negli anni '70, fare rock voleva dire andare contro il sistema. Oggi invece il rock ha un altro significato.
Forse, in quel senso, il rock ha fatto il suo tempo, per questo io credo che il nuovo oggi vada cercato altrove, magari in qualcosa che nemmeno conosciamo... anche perché io ormai faccio parte di un'altra epoca per cui è normale che conosca soprattutto le cose vecchie, quelle che mi appartengono di più. Io sono convinto che ci siano un sacco di cose interessantissime e nuove ora... solo che probabilmente non le conosco.
Ai nostri tempi fare rock come lo facevamo noi era qualcosa di “nuovo”, però il concetto di nuovo è qualcosa in continua evoluzione, dunque è difficile dire anche cosa sia nuovo adesso perché magari quando lo scopriamo, il nuovo, non è nemmeno più nuovo...

Spaziando nella sua discografia si trovano molti canzoni con nomi di donne. Cos'è l'amore per Federico Fiumani?
Io penso che in fondo sia il senso della vita. Puoi dire “ho vissuto” solo se hai amato. Se non hai amato non hai vissuto. Dunque direi che l'amore è il motivo più alto dell'esistenza.

Però, andando più sul concreto, uno dei concetti che tornano abbastanza di frequente nelle tue canzoni è il sesso anale...
Si... anche se credo che questa cosa sia uscita più nella mia autobiografia che non nelle canzoni. Comunque, si, diciamo che il sedere della donna è una cosa che mi piace molto (sorride, ndr).

Sei stato uno dei primi, già diversi anni fa, a rompere nettamente con il sistema delle case discografiche quando non era ancora così di moda farlo e probabilmente nemmeno così semplice. Guardandoti alle spalle come valuti oggi questa scelta?
E' stata una scelta abbastanza fortunata. Io già anni fa mi resi conto che avrei guadagnato di più facendo le cose da solo piuttosto che circondandomi di mille personaggi e vedo che ora sta diventando una tendenza piuttosto diffusa. Tutti si stanno accorgendo che le cose stanno cambiando, i dischi non si vendono più, il mondo della discografia è cambiato anche grazie all'avvento di internet, per cui ognuno cerca di diventare una sorta di imprenditore di se stesso. Dunque direi che sono stato un buon veggente.

E' vero che fra i motivi di questa rottura con il mondo della discografia c'è il fatto di non essere mai voluto andare a Sanremo?
Si, è stato uno dei motivi. Non è il solo motivo ma sicuramente una delle ragioni è anche quella. Nel '90 ero sotto contratto con la Ricordi e l'anno successivo mi dissero che per proseguire il rapporto con loro sarei dovuto andare a Sanremo. Io avevo già intuito l'ambiente che avrei potuto trovare e le dinamiche in cui sarei stato coinvolto per cui a quel punto decisi di chiudere la porta definitivamente ad un modo di intendere la musica che non mi piaceva affatto.

A posteriori, vedendo che, in tempi più recenti, diversi gruppi provenienti dal mondo “alternativo” ci sono passati, come valuti questa tua scelta?
C'è una cosa importante da dire: gli Afterhours, i Subsonica, i Timoria, i Negrita, ecc. ci sono andati come gruppi mentre io, quando ero alla Ricordi, ero in sostanza un solista che portava avanti il nome Diaframma per cui a Sanremo ci sarei dovuto andare da solo.
Secondo me un gruppo ha il vantaggio di poter fare coalizione al proprio interno e quindi in qualunque situazione mantiene una propria identità. Io, andando a Sanremo come solista, sarei stato molto più manipolabile ed avrei dovuto chiudere le spalle al passato dei Diaframma come gruppo rock. Per me sarebbe stato uno spartiacque netto e sarebbe stato difficile, dopo un passo simile, mantenere viva la vera identità dei Diaframma. Per cui credo che la mia situazione fosse diversa.

Hai la fama di essere un personaggio dal carattere molto forte e difficile da gestire, come forse testimoniano le scelte controcorrente che hai fatto negli anni. Credi che il tuo carattere possa essere stato un limite per il successo maggiore che i Diaframma avrebbero potuto avere?
E' difficile dirlo. Non so cosa sarebbe potuto succedere se fossi andato a Sanremo o se fossi stato più accondiscendente nel gestire certe occasioni che mi si sono poste di fronte negli anni... Non avremo mai la controprova. Quello che posso dire è che negli anni mi sono costruito un pubblico buono, fedele, che mi segue ovunque e mi apprezza per quello che sono. Un pubblico che mi sono conquistato quasi persona per persona e che non è il pubblico che ti segue quest'anno perché vai di moda e fra sei mesi non si ricorda nemmeno come ti chiami. E oltre a questo credo di avere una buona credibilità undeground. Faccio un mestiere che mi piace, mi diverte e mi da da vivere... Per cui sono contento così. Evidentemente doveva andare così.

In effetti una cosa che colpisce è che hai un pubblico davvero affezionato che mette insieme anche generazioni diverse. Credi che col tempo il tuo rapporto con i fan sia cambiato?
Quando ho iniziato suonavo per un pubblico di miei coetanei, avevamo tutti vent'anni e gli ascoltatori mi vedevano come uno dei loro. Adesso mi rendo conto che all'interno del pubblico ci sono molti ragazzi che potrebbero essere miei figli e qualcuno mi da del lei, per cui qualcosa è sicuramente cambiato. Ma in fondo è normale... Sono gli anni che passano. E il fatto che ci sia gente giovane che mi ascolta direi che è più che positivo.

A proposito di anni che passano: se non sbaglio il prossimo anno compirai cinquant'anni. Come vedi il Federico Fiumani cinquantenne?
Io spero sempre solo di continuare a divertirmi ed essere felice di quello che faccio e potere continuare ancora a fare questo mestiere vivendo giorno per giorno. Mi piace andare in giro a suonare. Mi piacciono i periodi in cui non sono in tour perché ho modo di leggere, riposarmi. Dunque sono contento. Spero di continuare così.

Tra l'altro in una canzone di qualche anno fa cantavi “quarant'anni sono l'età migliore per divertirsi”...
E' vero: non è un luogo comune. Quando arrivi a quest'età ti senti un po' sgravato da certi pesi. Io ho vissuto la mia giovinezza come un periodo in cui sentivo sulle mie spalle delle attese che non mi sentivo in grado di soddisfare, dunque l'ho vissuta con un senso di inadeguatezza perenne, sempre osteggiato nella mia passione per la musica, con i miei genitori che mi dicevano di trovarmi un lavoro serio ed una serie di cose con cui ho dovuto convivere per tanti anni.
Poi arrivi a quarant'anni, sai che la partita, bene o male, te la sei ormai giocata e la tua vita ormai è impostata e decisa... per cui a quel punto ti senti davvero più leggero. Poi, certo, vent'anni è un'età bellissima per altri versi... però io sono molto più sereno e meno combattuto ora.

Quindi non arriverà mai il giorno in cui dirai: “basta, sono stanco. Non ho più niente da dire, non ho più voglia di scrivere, vado a cercarmi un lavoro”?
Spero di no. Ormai il mio mestiere è questo e spero di non dovere mai andare a cercarmene un altro. Poi, certo, nella vita non si può mai dire e tutto è possibile... dunque, se capiterà, lo accetterò.

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