Certi cambi di direzione sanno di pia accettazione. Consapevolezze - è inevitabile - semplici da metabolizzare più che far accettare. I Mùm, d’altronde, lo avevano intuito già ai tempi di Summer Make Good. Lo hanno capito invece benissimo due anni dopo, dopo aver realizzato che la mente (fin troppo) feconda di Kristìn, in una delle sue fughe pindariche, aveva dato alla luce una gemella immaginaria di troppo, di nome Krìa Brekkan.
Una dozzina di mesi dopo, hanno provato a farlo capire un po’ a tutti con un lavoro che esprimeva, quasi con noncurante disinvoltura, il senso di una verginità perduta, manco fosse una confessione sfacciata a genitori allibiti. Una verginità eterea, retrospettiva come una vecchia diapositiva islandese. Per un’età adulta più candidamente (e canonicamente) nordica.
Non che in questo disco venga meno la voglia di scherzarci su. Al contrario, l’età adulta conserva le sue fiabe (If I Were a Fish) e le sue improbabili filastrocche (Kay-ray-ku-ku-ko-kex). I Mùm, a questo, dimostrano di continuare a tenerci. E non poco. E pazienza se il linguaggio corale, benché per tenerezza trattenuta ancora formalmente puerile (Hullaballabalú), dimostra minor sospensione immaginifica: i racconti sono in fondo ancora credibili. Anche quando il contesto primigenio, rinnovato nell’estetica e nella sostanza, trasfigura in una strumentalità aperta e contaminata dalla concretezza (seppur minimale) di spore kraute alla Stereolab (Sing Along), di suggestioni pop/cantautorali dal sapore tanto Kings Of Convenience quanto Belle and Sebastian (Prophecies & Reversed Memories), indugiando finanche in più confidenziali stramberie videoludiche (The Smell of Today Is Sweet Like Breastmilk in the Wind) quando l’inerzia narrativa lo consente. Per sostituzione complessiva, diremmo, di risolutezza pop ad imprevedibilità post-fanciullesca (vedi Sigur Ros per ulteriori dettagli).
Sing Along to Song You Don’t Know ci restituisce, in sostanza, i Mùm meno islandesi di sempre, ove la permutazione pop-folktronico/folk-poptronico è uno scambio equivalente accettato nel retaggio sbarazzino di un impianto folk meno ampio ed impalpabile, che rifulge di luccichii elettronici forse solo per ritrovarsi, malinconicamente, allacciati all’immagine residua del passato. Il che li rende, a conti fatti, indubbiamente diversi da prima. Ma non necessariamente troppo meno accattivanti.