I dati: un Boeing 757, band e 70 persone di equipaggio e troupe, più di dodici tonnellate di materiale. E Bruce Dickinson alla cloche che porta tutto in quota, toccando in 45 giorni Asia, Oceania, di nuovo Asia, Nordamerica, Centro- e Sudamerica, per tornare al nord e chiudere la serie di 23 concerti e 40,000 miglia.
Numeri impressionanti, su cui si è puntato molto a fini promozionali, e infatti ripetuti parecchie volte nel corso di Flight 666, documentario proiettato nelle sale cinematografiche e che nell’edizione in DVD occupa il primo dei due dischi (il secondo contiene 16 estratti da varie date del tour). E se pubblicità deve essere, è senz’altro anche vero che gli Iron Maiden sono realmente una macchina di ferro, che macina inflessibilmente dischi e concerti, chilometri e watt, merchandising e fan. Con dei ruoli consolidati, indiscussi e confermati ancora una volta: leadership e metodo di Harris, energia e brillantezza di Dickinson – forte di una forma invidiabile – con il contorno di una band altrettanto caratterizzata nelle figure umane e professionali, e un’organizzazione di management e crew che è chiave del perfetto funzionamento di una costruzione simile, ma anche riflesso di un’attitudine intrinseca, un’etica del lavoro che per una volta – senza dimenticare evidenti meriti artistici – ha determinato il passaggio della working class in paradiso.
Numeri impressionanti, e non sono i soli. I Maiden si possono permettere un ritmo di pubblicazione altissimo, pur dando alle stampe un disco completamente inedito ogni tre anni. Live, raccolte, DVD, indipendentemente dal contenuto non di rado ridondante vendono e si giustificano serenamente: se un veterano non ne può più dell’ennesima scaletta di classici, non se li compri. A comprare ci saranno altri, che hanno fame di Maiden e il periodo d’oro non l’hanno vissuto. E questa è anche la motivazione ufficiale di questo faraonico tour, che tocca luoghi troppo costosi da includere in tournée convenzionali, e offre uno spettacolo basato sul repertorio degli anni ’80, battezzato Somewhere Back in Time e non motivato dalla nostalgia, bensì da un pubblico vergine e affamato.
Perché dalla reunion con Dickinson l’audience ha subito l’ennesimo ringiovanimento, e il pubblico dei Maiden copre ormai diverse generazioni – ma pure negli anni con Bayley le vendite e il consenso sono stati più che sufficienti, anzi in Italia a metà dei ’90 i Maiden facevano concerti fino a Palermo. L’universo dei Maiden, al di là delle mere alterazioni musicali contingenti, è rimasto sostanzialmente uguale a se stesso fino ad oggi, ben equilibrato tra maturità artistica e poetica adolescenziale – molto acuta in tal senso l’analisi fatta da Luca Signorelli su un libro ormai vecchiotto ma sempre valido, L’Estetica del Metallaro (1997). E quindi bella o brutta che sia un’uscita dei Maiden trova il suo Up the Irons! da qualche parte. Pure su Kronic la classifica delle recensioni più lette vede tre pubblicazioni della Vergine tra le prime venti, e voti degli utenti non solo in numero stellare, ma anche con una media che si approssima al 5/5.
E qui sta il punto autenticamente impressionante di questo DVD. Il pubblico. La controparte strabordante di questo concentrato di passione, fatica e energia, ricambiato con un’amplificazione di passione, fatica e energia. Lasciamo perdere i territori anglofoni, le arene americane, gli ospiti del backstage. E’ l’impatto con India, Costa Rica, Cile a far rabbrividire, a scioccare i Maiden stessi, messi sotto assedio negli stadi, negli alberghi, negli aeroporti. E non si parla di rockstar per quindici minuti idolatrati da ragazzine, né di grandi vecchi del r’n’r fotografati alle sfilate o ricoverati dopo esser caduti ubriachi da un albero. Cos’è dunque che porta decine di migliaia di persone a viaggiare da stato a stato, ad accamparsi, farsi perquisire da militari pronti a manganello e fucile, a piangere per una bacchetta di Nicko McBrain?
La risposta sta in qualcosa che qui abbiamo perso, essendoci riempiti le tasche di altri beni di cui in alcune parti del mondo non è ancora lecito nemmeno essere affamati. E fondamentalmente si tratta dell’ingenuità e dei sogni che libertà e agio, permettendoci il lusso di pasteggiare a relativismo senza che ci fosse data una bastonata in testa, hanno necessariamente addormentato. Quando mai un concerto potrà essere più da noi l’occasione della vita? Non si tratta di negare il contenuto emotivo straordinario della musica, ma ammettiamo una buona volta che c’è una bastante percentuale di ridicolo in un bamboccione trentenne che discetta di sentimenti di fronte a un gruppo di supposti poeti intellettuali con una chitarra elettrica in mano. Sentimenti comprati dalla mamma che alla sua età gli pulisce ancora il culo. La ribellione del rock è finita – da un bel pezzo – e non ci sono più colline verso cui correre, di Churchill si raccontano i retroscena politici invece dell’incitamento alla resistenza, e non abbiamo alcun bisogno di rifugio protettivo contro la polizia.
Flight 666 dunque non solo ci mostra sbarchi e conquiste della corazzata Maiden, condite con una buona dose del divertimento che accompagna band e crew di veterani e che intratterrà godibilmente chiunque apprezzi lo humour inglese – se non siete tra questi, you’re shit and you know you are. E’ una conferma e una rivelazione per la band stessa di situazioni che facilmente dimentichiamo e che paiono venire da un altro mondo, e si unisce in tal senso a concetti ben espressi tanto dal saggio Extreme Metal di Keith Kahn-Harris quanto dall’interessantissimo documentario tedesco Punk im Dschungel (che descrive il tour nel sudest asiatico dei Cluster Bomb Unit), entrambe pubblicazioni non più vecchie di un paio d’anni. Come fu in Occidente decenni fa, le forme musicali estreme (talvolta addirittura lette, a torto o ragione, come destrorse, reazionarie o superomistiche, vedasi certo black metal) ad oggi hanno assunto un significato di lotta, protesta o forma di sopravvivenza in luoghi dove la libertà personale è seriamente compromessa da governi autoritari e/o povertà generale. Vedere la tensione che circonda il concerto dei Maiden in Costa Rica (il più grande mai organizzato in America Centrale) sotto gli occhi della polizia a cavallo non fa che confermarlo, e se il gruppo inglese non ha nulla di satanico né estremo alle nostre orecchie smaliziate, ne sono eccellente surrogato la potenza mediatica espressa dalla band e la verginità, così come la necessità di una speranza, che popolano quei paesi.
La vitalità degli Iron Maiden cinquantenni e la loro immortalità artistica, a ben vedere, passano tanto per i loro talenti e successi musicali uniti alla loro costanza e umiltà umane e professionali, quanto per quei desideri di riscatto che nella loro carriera hanno incontrato e a cui hanno accettato di rispondere, senza intellettualismi né battaglie sociali, ma nella forma di un disco e un concerto. Francamente, può anche essere business, ma raramente lo si fa così a viso aperto.