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Emo? Emo che? Ma emo sarà lei!
Ciocca fucsia, trucco e sguardo da Bambi. Trooooppo emo!

Emo? Emo che? Ma emo sarà lei!

Alcuni motivi in base ai quali gli emo hanno capito tutto (e probabilmente noi nulla)

di Giulio Anichini ~ 25/09/2009

Quali che fossero le intenzioni degli Embrace quando pubblicarono l’omonimo album d’esordio nel lontano 1987, il risultato è che vent’anni di evoluzione musicale sono passati praticamente inosservati a quanti oggi (e sono in tanti, anche troppi) si proclamano emo senza conoscere le vere origini di questo termine. Oppure, al contrario, è forse la mania degli appassionati a classificare sempre generi e correnti ad essere in questo caso dalla parte del torto, visto che il termine stesso, almeno qui in Europa, ha assunto un significato noto al grande pubblico solo nell’ultimo decennio. Pertanto sarebbe azzardato andare a ripescare la scena di Washington di metà anni ’80 solo perché la parola “emo” è stata pronunciata per la prima volta (dai Rites Of Spring, per la precisione) da quelle parti, peraltro in un momento in cui frange fucsia, camice a scacchi, minigonne nere e cravatte lente erano ben lungi dal fare la loro comparsa. Mentre semmai look over the top furoreggiavano in un'ampia fascia che andava dalla new wave al dark pop (Robert Smith docet!) passando per il glam metal.

Come che sia, c’è ben poco, nelle generazioni di oggi, che sia poi tanto differente rispetto a quello che è nato allora e si è sviluppato nel corso degli anni ’90 con esponenti e suoni diversissimi, a posteriori accomunati anche un po’ a forza sotto l’egida delle parole post-punk, post-hardcore, melodic hardcore, emocore, in breve emo. E, a posteriori, a loro volta influenzati da tanti altri stili (metal, grunge, pop, ecc).

Precisando che gli addetti ai lavori potrebbero citarvi decine di gruppi nati, vissuti e morti sotto la classificazione emo, ci basti citare i Weezer come esempio della versatilità di un genere cresciuto (in tutti i sensi) in America; quegli stessi Weezer che, benché trasversali a mode e a trend, nel ‘96 se ne uscirono con quell’ ottimo concentrato di emo che risponde al nome di Pinkerton, disco che, in tempi di Tokio Hotel imperanti, tutti sembrano essersi dimenticati. Eppure qualche frangia colorata già allora stava comparendo (controllate voi stessi sul video di This Good Life).

Sì perché, effettivamente, il più grosso limite della scena odierna è proprio questo: sembra aver scoperto l’acqua calda. Lo ripetiamo: venti anni di evoluzione musicale. Non sono pochi per un genere i cui maggiori esponenti rivendicano continuamente la loro distinzione dalla massa e la loro originalità; c’è ben poco di fresco nella nuova incarnazione dell’emo, se non che i gruppi (e, soprattutto, le etichette) più accuratamente attenti al portafoglio hanno scovato una nicchia di mercato vergine che, se pompata a dovere, avrebbe reso bei soldoni, previsione puntualmente avverata. E, da qui, l’improvviso ritornare delle inevitabili crociate anti-poser che, fin da quando i Sex Pistols di Sid Vicious insultavano a gran voce il proprio stesso pubblico, scuotono periodicamente le frange più “estreme” del rock.

E non è il solo Pino Scotto a rispondere in maniera colorita quando gli si nominano i Tokio Hotel; diciamo la verità: è assai difficile trovare un senso che non sia quello meramente commerciale a formazioni messe su in maniera tanto spudoratamente ruffiana da far alzare più di un sopracciglio. Questo per non parlare degli ultimi fenomeni della scena italiana, nei quali il vuoto pneumatico di musica e contenuti viene elevato a sistema con la benedizione delle nuove generazioni di fan e buona pace dei puristi…

Dunque chi ha ragione? Dal loro punto di vista hanno capito tutto: è bastato rispolverare uno stile già ampiamente collaudato, renderlo ancora più melodico per avvicinarlo alle masse, conferirgli quell’aura di alternativo tanto in voga fra gli adolescenti di oggi (come di quelli di ieri) ed il gioco è fatto. I soldi sono lì per dimostrarlo e parlano da soli. Dal punto di vista di quanti dalla musica si attendono altro rispetto a qualche canzoncina orecchiabile ed un look da ribelle che sa tanto di omologato, è francamente difficile accostarsi ad un movimento che nasce vecchio nella teoria come nella pratica. I vituperati Green Day (non a caso citati da alcuni degli esponenti mainstream come imprescindibile fonte di ispirazione) hanno proposto cose molto simili, pur non intenzionalmente, ben quindici anni fa.

Arrivano però i distinguo; sebbene Mtv faccia di tutto per far apparire il contrario, My Chemical Romance e 30 Seconds to Mars non sono affatto gli unici esponenti in circolazione ed anzi, con l’esplodere del movimento, una pioggia di band dai quattro angoli del globo hanno iniziato ad invadere il mercato, affollandolo rapidamente. E, mentre alcuni esponenti sono talmente artificiali da non meritarsi ulteriori commenti, altri risultano sinceramente interessanti e meritevoli di approfondimento anche da parte di chi, come chi scrive, il movimento emo non lo capisce proprio.

Possiamo citare qui i Panic at the Disco, autori di un emo dalle pregevoli partiture di tastiera del quale loro stessi rifiutano la definizione, preferendo quella più generica di rock-pop. O i dissacranti Fall Out Boy, fra i primi a fregiarsi del termine emo come viene inteso oggi. O, ancora, i più aggressivi Funeral For A Friend, primi esponenti del movimento screamo, ulteriore diramazione stilistica in senso heavy. Gruppi meno in vista che, pur mantenendo alcune delle coordinate essenziali del genere, tentano sperimentazioni più articolate in varie direzioni. Anche la scena italiana, nella quale si sfuma ancora più facilmente nel pop da classifica, è stata in grado di offrire qualche risposta più seria agli improponibili Finley e dARI: citiamo rapidamente Vanilla Sky, The Electric Diorama, Airway.

Fermo restando che sì, l’emo è nella teoria come nella pratica un genere commerciale e leggero, un genere in cui le band più “vere”, le stesse che magari hanno subito meno esposizione mediatica e di conseguenza anche meno critiche, non hanno mai mostrato grosse pretese a livello concettuale, pretese invece facilmente individuabili in alcune frange più discutibili (anche e soprattutto fra i fan). Ed è probabilmente per questo che, laddove si parli di “filosofia” emo, un’occhiata a metà fra il compassionevole e l’aperta presa in giro compare sui volti di quanti non scorgono granché di nuovo neanche nella costruita depressione (con allegata sensibilità spinta alle estreme conseguenze) che in questo genere sembra aver preso piede. Quindi le inevitabili domande: che cosa si cerca in quello che è l'emo oggi? Perché ci si fa attirare da qualcosa di palesemente annacquato? Che cosa è effettivamente questo genere su cui ognuno sembra avere un'opinione di volta in volta controversa o, al contrario, condivisibile? Domande poste da chi, pur con pochissimi anni di differenza rispetto i più giovani appassionati, già si trova lontanissimo per vedute, sensazioni e ambizioni.

Ai profani pare insomma che sia ancora una volta la forma, piuttosto che la sostanza, ad averla avuta vinta in questo magma così definito, eppure, a ben guardare, dai contorni così sfumati, al punto che ancora adesso sono in corso dibattiti accesissimi su cosa sia emo e cosa non lo sia. E cosa sia pertinente alla definizione è, ovviamente, la causa di tanto scontro: se si tratta di empatia con i colori, i gesti e in generale l'aspetto tanto ostentato di comunicazione visuale, come pare essere per i teenager, è naturale che poco importino categorie strettamente musicali come storia dei generi o caratteristiche tecniche. Altrimenti è chiaro che in moltissimi casi non solo gli ascoltatori e i critici, ma direttamente gli stessi musicisti si trovino in prima linea a giudicare estremamente poco adatto il termine emo, al punto da prenderne ferocemente le distanze. Ma è innegabile che questo contenitore multimediale, controverso come pochi altri, sia oggi una realtà con la quale bisogna fare i conti, volenti o nolenti. Le critiche fioccano ma di fatto vende, ha preso piede e sembra piacere a molti. Sempre che questa argomentazione possa essere considerata valida, ovviamente.

E come per ogni cosa di successo che scalda i cuori a tanta gente, ce n'è altrettanta pronta a scherzarci su...

Emo Bush!

Emo cow!

 

Emo Elizabeth!grass cutter

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