Anno dopo anno, i festival estivi sono l'occasione per tastare il polso al popolo del metallo, sia in termini qualitativi che quantitativi. E proprio questo è il primo aspetto che colpisce al GoM 2009: arrivo al Brianteo che non sono nemmeno le 14, ma l'afflusso di gente è già cospicuo, tanto che per trovare parcheggio mi perdo il primo quarto d'ora degli Epica.
Poi, dicevamo, l'aspetto qualitativo: continua il trend di crescita della componente femminile, che mostra anche consistenti cenni di ripresa sul piano estetico, ma la vera sorpresa del GoM 2009 è un'altra – i glam! Pensavate – o, almeno, io personalmente lo speravo – che il loro numero fosse ormai pari a quello del Gurzo del Borneo Meridionale? Eravate convinti che ormai abitassero in apposite riserve, come i pellerossa? Invece, la presenza dei Motley Crüe come headliner fa si che il Brianteo sia una sorta di angolo degli anni '80 catapultato ai giorni nostri, un nauseante tripudio di cotonature, eyeliner, gonne zebrate (ovviamente, indossate da uomini) e pantaloni attillatissimi dei colori più improbabili, col fucsia a farla da padrone.
Per fortuna, a far da contraltare c'è il meraviglioso popolo del metallo, che in queste occasioni sfodera i suoi eterogenei campioni, da quelli col kilt e il corno per la birra agli ingegneri super-NERD con l'inseparabile maglietta dei Rhapsody…
Ma andiamo con ordine. Gli Epica, questa volta, scampano il diluvio. Simone merita sempre, il resto del gruppo un po' meno, ma in ogni caso dal vivo la musica degli Epica guadagna parecchio come impatto, e la loro performance sarà nella parte alta della classifica di giornata. Intanto fa capolino il sole a regalare ai presenti una bella emi-abbronzatura sul lato sinistro; sale la temperatura, facendo sudare i metallari – e questa non è una novità – e rendendo sempre più discinto l'abbigliamento delle metallare – e questa non è in alcuni casi una gradita novità.
Molto valido invece l'espediente del doppio palco, che fa sì che passi solo un quarto d'ora tra gli Epica e Marty Friedman. Già, Marty Friedman… o, in estrema sintesi: un gran paio di coglioni. Il lungocrinito axeman d'oltreoceano si presenta sul palco con un batterista quantomai alternativo (uno zarro californiano con tanto di capello a spazzola platinato e stracolmo di tatuaggi e piercing) e un bassista e un chitarrista giapponesi forse anche peggiori del suddetto batterista. Ma, soprattutto, senza un microfono… E l'ipotesi che questo show potessero anche risparmiarcelo diventa una certezza, consolidata da 45 minuti esclusivamente strumentali, che riescono a smuovere un minimo il pubblico solo quando fa capolino qualche refrain dei Megadeth. Poi, per carità, Marty con la chitarra ci farà anche cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare, ma questo lo sapevamo già!
La noia dell'esibizione di Friedman mi spinge ad espletare due funzioni fisiologiche tipiche del metallaro medio e, quindi, fa emergere le prime magagne relative all'indecente organizzazione di alcuni aspetti del concerto. Primo: i cessi, un vero porcile. Ok, qualcuno potrebbe obiettare che se entri in un cesso e ti trovi circondato di “uomini” con l'eyeliner e la gonna fucsia, forse la sporcizia è l'ultimo dei tuoi pensieri; ma siccome, da bravo metallaro, avevo indossato le mutande di acciaio e pelo di yak, potevo tranquillamente soffermarmi su questo trascurabile dettaglio – che voci di corridoio mi dicono che il giorno dopo sia stato anche peggio. In secondo luogo, mangiare e bere. Se va dato atto all'organizzazione di aver proposto birra e cibo a prezzi onesti, già in un'ora non di punta la coda per accaparrarsi un panino è abominevole. Geniale poi l'idea di separare le specialità servite: da una parte solo panini, dall'altra solo pizza… Risultato: gente che si picchiava per un kebab, settore pizza al confronto quasi deserto.
Procacciatami una birra, è ora degli Edguy. Tobias, come sempre, da il meglio di sé per sfoggiare la tenuta di scena più improbabile, quindi trascina il gruppo nella solita esibizione frizzante, fatta di energia e divertimento, basata su un repertorio di brani che sono ormai classici e che non disdegna un paio di puntate indietro fino a Vain Glory Opera. Un'ora piena e tirata, che conferma quanto visto di recente a Milano. L'esatto opposto di Lita Ford, perfetta formalmente ma decisamente poco emozionante e priva dello spirito che anima Sammet e compagni sul palco.
Due parole rapide sui Queensryche, altra esibizione notevole sul piano stilistico ma funestata dalla pioggia. Geoff Tate contende a Tobias Sammet il titolo per l'abbigliamento più inguardabile, cercando di nascondere l'aumento di massa corporea con un gilet tra i più improbabili, ma guida bene un set di spessore che riesce a trattenere sotto il palco un buon numero di imperterriti fan. Molto bene anche i Tesla, che giustificano la loro presenza così in alto nel bill con uno show di hard rock d'autore che smuove anche i non conoscitori della band.
Cala il buio e si preparano gli Heaven&Hell, gruppo di autentiche cariatidi (Tony Iommy e Geezer Butler talmente mobili da confondersi coi Gargoyle della scenografia) sostenuta da un repertorio probabilmente ineguagliabile per tutte le band presenti e da un Ronnie James Dio ancora superlativo nonostante l'età ormai ampiamente da pensione.
Sarà la stanchezza, sarà il fresco lasciato dal temporale, ma saluto il Brianteo con largo anticipo, con un certo amaro in bocca: organizzazione discutibile, bill decisamente troppo eterogeneo, soliti gruppi messi in scaletta secondo criteri che esulano il loro reale valore (chi ha detto Voivod?)… Non siamo davvero in grado di fare niente di meglio?
[Marco Banfi]
***
Volendo rispondere alla domanda del collega: nel 2006 il Gods Of Metal ha compiuto dieci anni, oggi siamo a tredici; e se dopo tanto tempo ancora discutiamo sulla sostanziale inefficienza del sistema-festival made in Italy in ambito heavy metal, forse è il caso di arrendersi all'evidenza, ed ammettere la sconfitta.
Per quanto riguarda la voce “soliti gruppi”, potremmo anche dire che alla fine non c'è Wacken o Summer Breeze che non ospiti le stesse band ogni due anni; peccato che il numero di artisti nel bill non sia nemmeno paragonabile. Di conseguenza, l'eterogeneità che non può mancare neanche ad un Bang Your Head o ad un Hellfest è bilanciata dalle dimensioni dell'offerta. Doppio palco? Ottima soluzione, ma è un po' la scoperta dell'acqua calda, al giorno d'oggi.
Così come non c'è potenza senza controllo, allo stesso modo non c'è festival degno di essere chiamato tale senza un'organizzazione decente alle spalle. Bisogna comunque dare atto che non è sforzo indifferente quello di chi ogni anno porta in Italia musicisti di rilevanza internazionale, che immaginiamo ancora oggi alle prese con calcificate amministrazioni comunali. Figurarsi poi la questione campeggio, da sempre piaga del più grande festival metal italiano e da sempre risolta piazzando una tenda sopra il fazzoletto d'erba più vicino all'ingresso.
Dovevamo parlare di musica dite? Non avete tutti i torti, in fondo si tratta di ciò che, nel bene o nel male, al GoM ha sempre funzionato. Ed ha funzionato davvero molto bene la triade Queensryche - Tesla - Heaven&Hell. I primi sono forse quelli che riescono ad affondare la lama delle emozioni più a fondo. Nella tradizione inaugurata questa primavera, anche da noi iniziano con un set di brani da Rage for Order (da brividi Walk in the Shadows), proseguono con il recente American Soldier (Sliver, The Killer, A Dead Man's Words) e concludono con ben quattro brani da Empire: Jet City Woman, The Thin Line, Best I Can e la title-track. Vero, l'abbigliamento di Geoff Tate (che in alcuni brani si cimenta al clarinetto e al sassofono) è alquanto bizzarro, ma conferma il suo volersi distinguere dall'essere semplicemente il cantante di una grande band (come in molti hanno potuto constatare personalmente lo scorso anno, quando i due Operation:Mindcrime sono stati portati in scena, letteralmente).
Doppio palco significa che mentre una band suona a fianco si prepara la piazza per quella successiva. I Tesla, oltre che con la scenografia a contorno della musica degli Heaven&Hell che pian piano prendeva forma e distraeva gran parte dei presenti, devono fare i conti con una popolarità, almeno da queste parti, non ai livelli di chi oggi li ha immediatamente preceduti e seguiti, tanto che è forse più la gente ammassatasi davanti al palco degli H&H che quella davanti al Cruefest Stage. Ma si difendono molto bene, muovendosi tra passato (Hang Tough, Love Song, Comin' Atcha Live, Rock Me to the Top) e presente (Forever More, I Wanna Live, Breakin' Free) ed incontrando un favore di pubblico sempre crescente, brano dopo brano.
Tra chi proprio non vuole saperne di andare in pensione ci sono anche gli Heaven&Hell, i cosiddetti “Black Sabbath con Dio alla voce”, ma raramente come in questo caso possiamo dare il bentornato ad una band i cui membri sembrano piuttosto ringiovaniti dal recentissimo ritorno intitolato The Devil You Know. Bentornato perché già due anni fa i quattro leggendari musicisti - la lineup è la stessa di Dehumanizer, anno 1993 – furono ospiti della rassegna; nel frattempo c'è anche stato ilLive Radio City Music Hall, ma dubito che senza un nuovo disco ed il supporto della Roadrunner Records l'aspettativa sarebbe stata tanto palpabile quanto quella avvertita quella sera. Prestazione da manuale, come ci si aspettava del resto, con una versione di Heaven and Hell – il brano, stavolta – se possibile ancor più sentita di quella di due anni fa. E se Ronnie James Dio ancora non mostra segni di cedimento, così come Iommi sopperisce con il proprio carisma alla staticità, la sezione ritmica è impressionante, ed in particolare incredibile è il lavoro al basso di un instancabile Geezer Butler.
Terminato lo show degli Heaven&Hell, lasciamo dunque gli headliner Motley Crüe in compagnia dei loro sostenitori, praticamente - come già accennato poco sopra - una massa di nostalgici vecchi e nuovi che hanno stazionato tutta la giornata sul prato del Brianteo per avvicinarsi al palco solo poco prima la discesa in campo dei loro eroi glam metal. Ci addentriamo nei cunicoli sotterranei dello stadio, verso le bancarelle dei vinili, per confermare, sì, che i “servizi igienici” erano effettivamente uno scempio, intorno alle 23, con tanto di porte distrutte e buttate in mezzo all'atrio principale. Ed una volta fuori, oltre alle solite bancarelle illegali di merchandise contraffatto, due simpatiche fanciulle regalano il volumetto R.I.P., un elenco di storie di musicisti la cui vita è o sarebbe stata radicalmente modificata da un'illuminazinone sulla Via di Damasco. Vi lasciamo dunque con un'altra domanda: quante probabilità vi sono che un metallaro, al termine di una giornata di Gods of Metal, si converta spiritualmente dopo aver letto un libro del genere? Vien piuttosto voglia di presentarsi al di fuori della chiesa del proprio paese e, sul finire della messa, distribuire copie di De Mysteriis Dom Sathanas.
[Eugenio Crippa]