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Informazione sul web, sì agli obblighi e no ai diritti?
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Informazione sul web, sì agli obblighi e no ai diritti?

Il governo si interessa del web, ma a modo suo

di Giancarlo Maero ~ 13/02/2009

Legiferare o sparare nel mucchio

In questi giorni il Parlamento è stato occupato in altre faccende di eccezionale gravità – e stendiamo un velo pietoso su come e perché si è arrivati a tal punto. Ma più in sordina è da poco ripresa la discussione su un disegno di legge che riguarda anche noi, che in un modo o nell’altro facciamo informazione su internet.

Infatti è ripartita la discussione su una legge proposta dal ministro della giustizia Angelino Alfano, mirata alla regolamentazione delle intercettazioni e dunque al loro uso da parte dell’editoria. A Kronic non abbiamo antenne e non ascoltiamo attraverso il muro il vicino di casa che è nella giunta del paesello, no. Nella bozza si parla però si parla dell’obbligo di rettifica, ovvero dell’imposizione a correggere informazioni scorrette o lesive. Non perdiamo tempo in disquisizioni tecniche e andiamo al sodo: la novità è nell’articolo 15, che modifica una legge del 1947 inserendo negli organi coinvolti dal suddetto obbligo anche il web: “Per i siti informatici, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

Punto Informatico, in un accurato articolo – poi rimbalzato anche su La Stampa – che ospitava il parere circostanziato dell’avvocato Guido Scorza, ha precisato quello che è il punto sostanziale, ovvero la mancanza di distinzione alcuna tra stampa tradizionale e web, e nella rete stessa il non riconoscimento di una differenza tra siti professionali o meno. Potenzialmente ciò significa colpire in un generico mucchio tanto le versioni online dei quotidiani quanto i blog e l’informazione aperiodica, amatoriale, e gratuita d’ogni genere. In linea teorica, commenti dei lettori inclusi!

Ma chi è il giornalista?

Non intendiamo ripetere le considerazioni ben espresse nelle fonti citate né ripudiare la legittimità dell’obbligo di rettifica, sacrosanto in un’ottica di etica professionale. Riteniamo importante fare un’altra osservazione strettamente collegata al caso discusso, ovvero l’accesso alla professione giornalistica. Forse non tutti conoscono i dettagli – specificati brevemente qui o sul sito della Federazione Nazionale Stampa Italiana. Ci sono due categorie: professionisti e pubblicisti. Per semplicità, diciamo che la differenza è che i primi esercitano la professione a tempo pieno e i secondi hanno collaborazioni saltuarie o continuative, ma che non costituiscono la loro entrata economica unica o principale. Per la categoria dei giornalisti professionisti è necessaria una pratica con contratto fisso e retribuito presso un giornale e un esame finale per l’iscrizione all’albo. Per i pubblicisti gli obblighi sono di minore entità: si richiede un certo numero – variabile e poco definito ma di alcune decine – di contributi giornalistici almeno parzialmente retribuiti e spalmati su un arco minimo di due anni.

Cosa non quadra? Per l’ordinamento attuale il web non esiste. Il tesserino da pubblicista si prende agevolmente scrivendo la cronaca delle partite di terza categoria per un paio di stagioni, basta che sia su carta riciclata. Persone che hanno alle spalle anni di esperienza in veste di direttori editoriali, redattori, compilatori di news, correttori di bozze, ufficio stampa e cerniera con agenzie pubblicitarie e promozionali contano uno zero spaccato, se tutto ciò che hanno fatto ha trovato solo collocazione telematica.

Informazione in rete: infinite vie e un vicolo cieco

Le conseguenze sono molto gravi, specie se uniti alla proposta di Alfano: da un lato, si richiede al web di adeguarsi a criteri di serietà che, va da sé, non sono certo propri di tutte le pubblicazioni in rete, anzi. Dall’altro, si vogliono equiparare dilettanti e professionisti nei doveri, oltretutto senza dare una concreta possibilità a chi lavora su internet di passare dalla prima alla seconda categoria. Perché se sul web c’è chi programmaticamente intende dare una propria opinione, valida né più né meno di un’altra, è anche vero che specie in molti siti specializzati si sono formate competenze che tengono testa alla carta stampata, e non solo per qualità, ma anche a livello di numeri. Non è una novità che i giornali siano in stallo, basta vedere i dati diffusi da ADS (Accertamento Diffusione Stampa), che mostrano il calo di tutti i principali quotidiani nazionali. Il Corriere Della Sera tira circa 800,000 copie, un numero confrontabile con i click sulla sua versione online. Se vogliamo entrare nel nostro settore, un mensile musicale come Rolling Stone in Italia stampava 125,000 copie nel 2007 (vedasi qui), con magazine meno mainstream sotto di uno o due ordini di grandezza. Nello stesso periodo il nostro sito registrava dati mensili intorno ai 100,000 utenti unici con picchi sul milione di click totali. E come noi altri, senza dubbio.

Intendiamoci, sul web c’è una stragrande maggioranza di informazioni nude e crude, replicate, riportate e travisate, di scarsa profondità e dal basso contenuto aggiunto. E a maggior ragione un’attestazione ufficiale degli sforzi compiuti nella direzione di una maggiore preparazione, correttezza e puntualità diviene necessaria. Invece di abolire l’ordine – proposta di certa parte del giornalismo stesso – è il caso di rivedere chi debba esservi accolto, dandogli strumenti per progredire. Non ultimo l’accesso a mezzi finanziari che nell’editoria latitano sempre più e che su internet non si vedono quasi mai: già, perché senza la credibilità data da organi ufficiali, le professionalità acquisite sul terreno sono bellamente ignorate e la scusa del “sito amatoriale” le agenzie pubblicitarie di settore hanno buon gioco a farsi promozione gratuita. Per cui, la nostra conclusione è: possiamo anche essere d’accordo sul fatto che ci siano imposti doveri magari legittimi, ma ci vengano riconosciuti anche i diritti che abbiamo guadagnato e che di tali responsabilità conseguenza e giustificazione.

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