E’ certamente l’associazione (che presto discuteremo) con Sunn O))) e l’enclave di Southern Lord ad aver reso negli ultimi anni relativamente popolare il drone, nella sua declinazione più rock/metal, al punto di scomodare media solitamente per nulla interessati al settore. Ma il drone in sé è già piuttosto anziano, e ci si può chiedere se sia necessario o perlomeno artisticamente fruttuoso incaponirsi sullo sviscerarlo ulteriormente. Ascend, parto di Greg Anderson dei Sunn O))) e Gentry Densley degli Iceburn, in parte risponde e in parte elude la domanda. E’ comunque un successo e un’indicazione, mostrando – come intuibile – che lo strumento in sé sia ancora utilizzabile, specie quando non se ne fa un fine unico e totalizzante come già in altre esperienze in casa Southern Lord, e perciò già esplorato a fondo.
La presentazione di Ascend ha chiamato in causa il jazz più sperimentale (il Miles elettrico e la ECM) per definire tanto l’estetica visiva quanto quella musicale e concettuale, ponendo l’asticella molto in alto. Naturalmente sono paragoni da fare con cautela. Alcuni accostamenti diretti si riscontrano nella vivida e sgargiante tavolozza di suoni, dove il piano elettrico, la sparsità e l’intreccio degli strati sonori richiamano sì il Miles periodo 1968-1974 – ma ai tempi Miles cambiava alla velocità della luce, perciò è un’indicazione, o ambizione, un po’ vaga – o i suoi discepoli (Hancock, Corea, Zawinul, Jarrett).
Tuttavia dato il background “oscuro” degli autori, “Ample Fire Within” si avvicina più al concettuale, ma torbido, Miles “Dark Magus” che al meditativo e sereno “Mwandishi” Herbie Hancock, recuperandone la densità spaziale e mistica del suono e interpretandola, interpolandola con bruciori chitarristici e assoli dal tremolio delirante – fa la sua apparizione Kim Thayil dei Soundgarden, tra gli altri. “Divine” è un ossimoro con il ringhio sordo che ne pervade l’ambientazione puntinata dal Wurlitzer e dall’assolo di Steve Moore (Earth). La coltre di distorsione non è onnipresente e la comparsa di veri riff è diradata al punto di accrescerne il mastodontico peso al rilascio (“Vog”), finchè nell’ultima parte cresce il senso di oppressione e al contempo di grandiosa maestà.
La sofisticazione intellettuale e sonica, vero segno dell’eredità sperimentale e jazzistica, rende dunque “Ample Fire Within” un disco di valore non solo di per se stesso, ma in un contesto in cui si rapporta a una scena che si autoalimenta oggi anche in grazia di un certo business di nicchia (ne parleremo presto più compiutamente). Ma che ha bisogno di creatività tanto quanto le altre, e per fortuna in questo caso ne trova a sufficienza per giustificare la continuazione del proprio discorso.