Poche settimane fa, a tre giorni di distanza l’uno dall’altro, sono venuti a mancare David Foster Wallace, scrittore, e Richard Wright, musicista. Persone di grandi meriti e conclamata fama. Com’è normale, tempestive e prolifiche le manifestazioni di cordoglio e le espressioni di rispetto e celebrazione: “ci mancherà”, “un giorno triste per la musica”, “ci lascia un genio”, e così via.
Tre espressioni che sembrano prese quasi a caso, tanto sono ovvie. Tre espressioni che, nel guscio linguistico ispessito dall’uso praticamente automatico, nella loro ineluttabile necessità e banalità nascondono tuttavia qualche forzatura e talvolta una disonestà – consapevole o meno – a livello di significato. Ritenete crudele speculare su questi avvenimenti per un cavillo linguistico? In verità la speculazione si alimenta proprio della facile scusa data dalla morte e dalla caratura dei personaggi: chi muore è intoccabile, e per la proprietà transitiva criticare chi ne tesse le lodi viene accusato di gettare fango sul compianto – altra parola che fa sorgere la domanda riguardo a un complemento d’agente, oltretutto. Ma è proprio così?
L’amplesso post-mortem
Perché intendiamoci, non si tratta di sminuire chi è morto, e nella fattispecie i due nomi di cui sopra sono semplice esempio. Si noti però il paradosso di certi modi di dire, primo fra tutti il “ci mancherà”. Chi mancherà, alla fine? L’uomo? L’artista (o politico, o scienziato)? E anzi, innanzitutto chi percepisce realmente tale assenza? E’ persin banale ammettere che la persona umana lasci un vuoto nelle persone che gli furono vicine. Parliamo di personaggi pubblici, tuttavia, e di manifestazioni di lutto da parte di chi mai ha avuto con loro un’interazione affettiva bilaterale. Discutendo della morte di Wright con gente di diversa estrazione – amanti della musica, fan dei Pink Floyd, musicisti – è risultato palese e certo comprensibile quanto sia profondamente umano cercare di riaffermare un vincolo, che unilaterale era e tale rimane, a maggior ragione, dopo il decesso dell’artista.
E’ in definitiva una manifestazione di ammirazione e di desiderio di un contatto forte e privilegiato in cui al personaggio si sovrappone istintivamente la persona. Un’appropriazione indebita dell’uomo (e su questo torneremo più avanti) e di quanto può essere rimasto di lui che sia al contempo pubblicamente abbastanza accessibile, ma si possa catalogare nella vita privata, nella fisicità del trapassato così da rendere il contatto più speciale. Vedansi in tal senso i pellegrinaggi a cimiteri come il Père Lachaise o ai “luoghi famosi del black metal” in Norvegia, come la panetteria che occupa il luogo dell’Helvete, negozio di Euronymous. Interrogati in merito, i personaggi più o meno coinvolti dal fenomeno del black confermano certe sensazioni. C’è chi riconosce quella sovrapposizione di significati tra l’opera e l’artefice, inconsciamente attuata dai fan. Ma oggi prevale comprensibilmente il desiderio che certi fatti e luoghi siano lasciati a riposare, per decoro se non altro (cfr. “Once upon a Time in Norway”, recensito anche da Kronic).
Immortalità vs Un giorno triste, per cinque minuti
Il caso di Wright è emblematico per un altro motivo ancora, ovvero la perdita dell’artista. A costo di essere draconiani, bisognerebbe osservare che, anche se è vero che il tastierista si è esibito negli ultimi tour di David Gilmour, i tempi creativi dei Pink Floyd sono chiusi nel cassetto del passato. Perciò diversamente dal più giovane e attivo D. F. Wallace, la cui carriera appariva in necessario e continuo divenire, la fama di Wright è scritta. In tutta franchezza, è assai difficile immaginare che sarebbe stata modificata in qualche modo anche se fosse vissuto oltre. E l’abbiamo appena detto, Wright anche se scomparso ha, rispetto all’uomo della strada, l’onore dell’immortalità in grazia della sua produzione passata. Seguendo la logica, chi ci dovrebbe mancare?
Con tutto il rispetto, non è difficile immaginare cosa sia accaduto in molte, moltissime case dopo la notizia: “The Dark Side of the Moon” esce dal suo posto nello scaffale, e mentre si diffondono in stereo le sue composizioni, uno sguardo pensoso cade sul libretto, a leggere il nome dell’illustre scomparso. Effetto emotivo sincero e garantito. Ma il disco, poi, torna al suo posto. E’ tanto crudele dirlo? Certo non più di quanto non lo sia farlo. E a riprova di ciò un altro, umanissimo commento sentito in relazione a questi tristi fatti è stato: “meglio a lui che a me”. Certo non lo troverete nei coccodrilli sui quotidiani – che poi sono di sicuro i primi a pensarla così.
Come l’asino diventò cavallo
La verità è che se anche possiamo dare per buona la sincerità dei sentimenti da parte degli appassionati, per l’informazione – lasciamo perdere il mercato diretto, ovvero il fatto scontato che dopo la scomparsa di Wright i negozi di dischi non si potevano esimere dal diffondere i Pink Floyd – una morte celebre è un articolo facile e vendibile. Talmente facile che i coccodrilli, i necrologi che appaiono sui media, vengono preparati quando la buonanima respira ancora, se ce n’è la possibilità. Talmente vendibile che ne approfittano tutti. Del resto, un morto non parla più e gli si può mettere addosso qualsiasi vestito.
Ricamare sulla morte di un personaggio famoso frutta subito, quando il pubblico si chiede naturalmente le dinamiche dell’evento. Se poi è una morte violenta, è ancora più facile e distoglie anche l’attenzione dalle note biografiche – che magari il giornalista stesso non conosce troppo bene. Più comodo fare voli pindarici sul male di vivere e propinare mille interpretazioni più o meno verosimili e circostanziate, e francamente a volte nauseanti nella loro banale, impudente ignoranza della sfera privata. Dice bene Massimiliano Parente sul suicidio di Wallace: “non ho idea del perché l’abbia fatto, e se l’ha fatto avrà avuto le sue ragioni come altri le hanno per non farlo, ragioni profonde… Io vorrei solo… riportare il suo corpo al suo vero corpo, quello incarnato dalla letteratura, l’unico su cui posso dire qualcosa” (Libero, 16 settembre 2008).
Il ricamo fa comodo anche a freddo. Si può trattare di puro discredito e di rimestio nel torbido. Negli stessi giorni in cui venivano a mancare Wallace e Wright, si diffondeva la notizia di indiscrezioni su presunti complessi edipici e omosessualità di John Lennon, contenute in una biografia redatta da Philip Norman (“John Lennon: the Life”).
L’appropriazione indebita avviene tuttavia pure remando in direzione opposta: tessere le lodi non provoca indignazione e blandisce un pubblico di fedeli, magari ampliandolo una tantum. Una mesta quanto forte protesta a tal riguardo lo dà la recente lettera ad Andrea Pazienza pubblicata su Il Sole 24 Ore e scritta da Domenico Rosa, giornalista e illustratore che con Paz condivise amicizia e lavoro. Rosa lamentava quanto ormai l’opera di Paz sia stata privata della sua vivacità, della sua carica originale e pungente dalle ripetute celebrazioni che le sono state tributate. Un piromane trasformato in un pompiere. E non è difficile immaginare che se un ribelle come Paz fosse stato vivo, la risposta a certi salamelecchi sarebbe stata un calcio nei denti, quantomeno in punta di penna.
Wright, in quanto parte di un gruppo che ha una storia e una fama collettive, oltre ad essere più in ombra rispetto alle primedonne Gilmour e Waters, sarà probabilmente in gran misura risparmiato dalla riscrittura della propria persona pubblica e privata. Però è da dire: se siete famosi già in vita, avrete la soddisfazione di prevedere per voi un posto nella storia. Ma non potete sapere quale esattamente sarà, anche se voi dovreste essere i primi a conoscerlo. Perciò pensateci bene, prima di morire.