E' da poco uscito “Once upon a time in Norway”, documentario di un’oretta sui Mayhem e sulla scena black metal, prodotto in Norvegia ad opera di un regista che, nel momento in cui scrivo, scopro che non è riuscito a riportare il suo nome in alcuna parte del DVD. Peggio per lui. "Once.." non è per niente “a history of Mayhem” e tantomeno di “the rise of Norwegian black metal”. E il flirt con un famoso film è solamente fuorviante. Presentato con grandi strombazzamenti da parte della stampa norvegese e con anticipazioni degne delle “bombe” di Maurizio Mosca (una per tutte: “I proventi dei Mayhem all’Arbeider-Kommunistparti! [partito norvegese di estrema sinistra]”), il documentario si presenta come una scialba sequela di testimonianze, piuttosto lacunosa e inconcludente.
Per raccontare “la storia dei Mayhem” il regista ha scelto di intervistare infatti Manheim e Messiah, rispettivamente primo batterista e cantante, Necrobutcher e Nocturno Culto che sappiamo chi sono, Anders Odden dei Cadaver, più altri personaggi più o meno vicini al gruppo, tra cui il produttore Eirik “Pytten” Hundvin, Tchort, fondatore dei Green Carnation ed ex Emperor, e il pastore Rolf Rasmussen. Viene spontaneo chiedersi: come raccontare la storia dei Mayhem basandosi su queste persone? Uno si aspetterebbe un Attila Csihar, che è pure tornato in auge, un Hellhammer, almeno un Blasphemer. Invece niente. Si saranno rifiutati, non saranno stati disponibili, saranno stati al cesso: ma la situazione non cambia e non migliora.
Uno dei pochi pregi di questo documentario è l’approccio sobrio e distaccato, che si può riassumere nella frase di Odden “se torni a casa e scopri che il tuo amico si è sparato in testa, chiami la polizia. Se invece cominci a scattare foto...allora ti manca qualche rotella.” Non c’è molto spazio per il “mito” dei Mayhem in questo documentario, che (per forza di cose visti i personaggi) si concentra sul periodo precedente a “De mysteriis...”. Ciò che viene raccontato sono più che altro le vicende personali dei vari membri, i loro problemi finanziari, emotivi e giuridici. C’è da dire però, pensandoci bene, che è proprio grazie a questo mito che un documentario del genere ha potuto vedere la luce. Quindi, cosa sta facendo il regista? Sta provando ad ammazzare la vacca, succhiandone la mammella, tra l’altro senza aggiungere granchè alle tristi storie che già conosciamo?
Insomma, chi se ne frega se Euronymous era true o si tirava le pose, se Helvete l’ha aperto coi soldi dei suoi, se Dead (pace all’anima sua) aveva dei problemi di depressione e i suoi amici debosciati, invece di aiutarlo, hanno fatto di tutto perchè si ammazzasse. Sono cose tristi e personali, di cui non vedo cosa dovrebbe fregare a noi mortali. E allora l’unico interesse risiede nel vedere “che fine hanno fatto tizio e caio”, come Manheim (dal faccino pulito da impiegato di banca) o Messiah (bottegaio dall’aspetto decisamente più bolso). Forse le persone che hanno più da dire sono quelle meno vicine ai Mayhem, come Tchort (che ci racconta come stava messa male la gente a Kristiansand negli anni novanta) e Pytten (sorta di incrocio tra Branduardi e Alice Cooper, che sembra almeno che sappia fare il suo lavoro).
Ultima menzione di disonore riguarda il capitolo sull’assassinio di Aarseth, trattato in maniera davvero superficiale, e soprattutto senza un contraddittorio, quello di Vikernes, la cui campana (andate sul suo sito) è interessante da ascoltare, perlomeno dal punto di vista giuridico. Per carità, non sarà facile intervistare le persone in galera, ma un documentarista dovrebbe porsi certi problemi: lo scetticismo di Vikernes, quando questo film era ancora alle prime battute, sembra del tutto giustificato.
Insomma, fate un po’ voi. Gli extra del DVD, per chi fosse interessato, contengono delle interviste più estese ad alcuni dei personaggi. Credo comunque che i potenziali acquirenti, cioè i fanatici, si saranno già procurati il DVD (quindi che scrivo a fare?): agli altri consiglierei di lasciar perdere senza troppi patemi.