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Apoptose
Schattenmädchen
Nel buio ci sono degli occhi che hanno pauraCi sono certi album che mostrano appieno tutto il loro valore quasi all`improvviso, quando, senza capire bene come, ci si trova tra le mani una chiave che apre la porta della comprensione. I primi ascolti del nuovo lavoro di Apoptose non mi avevano colpito particolarmente. Lo avevo giudicato un album discreto, un lavoro di ambient interessante ma privo di quel qualcosa che da solo cambia il giudizio dell`ascoltatore. Falso. "Schattenmädchen" quel quid ce l`ha, eccome, solo che si nasconde e richiede qualcosa di più attento di un ascolto sommario.
Iniziamo col dire che “Schattenmädchen " vede la partecipazione di Kenji Siratori, poi aggiungiamo che una buona parte dei brani sono rivisitazioni di canzoni già edite, e che nonostante ciò l`album risulta compatto e ben costruito.
Lo stile è un ambient decisamente orrorifico, molto d`atmosfera e molto angosciante, su cui si poggiano oltre a strutture neosinfoniche, spoken words (presenti per la prima volta) e lamenti filtrati, anche un certo gusto per elementi noise industrial.
L`effetto che riesce a trasmettere " Schattenmädchen " è quello della paura, di una paura che porta giù nel baratro e parte, almeno nel caso del sottoscritto, direttamente dal lavoro grafico, perché tutto si snoda dagli sguardi dei bambini che ti riportano alla mente un senso di paura atavica. Siamo stati tutti bambini e tutti abbiamo avuto le nostre paure. Paura del buio? Si. Paura dell`uomo nero? Forse. La verità che però appare chiara è che la nostra paura di bambino comune non è niente a confronto di chi l`uomo nero lo ha incontrato davvero. E allora la nostra è davvero la Paura? E se noi abbiamo provato terrore per qualcosa di semplicemente immaginario cosa hanno provato quelli meno fortunati di noi?
Il percorso tracciato da Apoptose è angosciante, è una discesa lenta e senza via d`uscita verso un incubo. A volte più dolente, a tratti molto paranoico. Sempre disturbante. Da ascoltare.