Vic Chesnutt
North Star Deserter
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Lo struggimento di una vitaUn’istantanea del nostro tempo. Che è frenetico, prende e getta via, scorre senza nemmeno lasciare qualche attimo per riflettere. Eppure, di rado (forse troppo, o forse nemmeno tanto, ma noi non possiamo accorgercene dal momento che siamo presi da qualsiasi cazzata), qualcosa si ferma, la lancetta non avanza e fingiamo di pensare. Noi. Vic Chesnutt non mente. Lui si estranea senza pensare che il treno (chissà quale poi) possa passare senza farlo salire.
Un qualsiasi Candido Cannavò partirebbe con Mamma Constellation. Qui si evita, ma per farlo ci dobbiamo mordere la lingua. Prendete Carla Bozulich l’anno passato e ritornate a quella collaborazione con il clan dell’etichetta canadese. Mutate il nome della protagonista e mettete Vic al centro del palco. Intorno a lui la fenomelogia degli A Silver Mt.Zion, ciò che ancora rimanda ai Goodspeed You!Black Emperor, il mondo a parte degli Hangedup e Guy Picciotto (con Jem Choen) alla produzione. Tutti insieme, per mostrare quello che oggi, in alcune zone nascoste, è il vero concetto di musica. A costo di doversi sedere per vederlo.
Ed allora, per inerzia, la somma dovrebbe essere quella (semplice e complessa) di un songwriter ricco di sofferenza con le migliori evoluzioni di quello che non è più (solo) post rock. Ed invece, oltre a questo, ci sono mille altri particolari, straniti e stranianti, eppure fisiologici e di consolatoria comunicabilità. “North Star Deserter” è il disco del 2007, perché solo lui può esserlo se vogliamo eliminare etichette ed influenze. Lo è per le canzoni, dal Chesnutt canonico in fuga solitaria con l’essenzialità di “Warm” ai primi sentori di distorsione nella successiva “Glossolalia”, dove i violini ricamano lo strazio dei cori, sino al deragliamento impetuoso (ed in crescendo) di una “Everything I Say” in cui la perenne tensione elettrica consuma il cantautorato e l’espiazione epica di goodspediana memoria. Ed è così che il bello e doveroso (torniamo alla scheletricità della ballata con “Fodder On Her Wings” e “Over”) si esalta nel blues inanimato di “Debriefing" (dove Picciotto vive con istinto la sua chitarra), prende piena consapevolezza sfogandosi in un country malefico (“You Are Never Alone”), sussurra ai deserti infiniti (“Rustic City Fathers “) e cerca la luce nell’ipnotismo di “Wallace Stevens”. Eppure, non bastasse ancora, tocca a “Splendid” accogliere l’essenza di quella una volta detta musica di confine, cavalcando veloce verso una meta ben precisa, rintracciabile anche nella straordinaria follia visionaria di “Marathon”.
E mentre l’autore risplende del suo genio, la musica, così come in “Horses In The Sky” (padre putativo dell’album), assume il medesimo valore, che esula da archi, piano, implosioni, minimalismo e stralci acustici. Gettato nella desolazione attuale, “North Star Deserter” è il seme di una speranza futura, troppo emozionale per essere una semplice questione privata.