Spock`s Beard
Spock`s Beard
Gli Spock`s Beard tornano a fare... gli Spock`s Beard!“Feel euphoria”, primo album degli Spock’s Beard dopo la separazione da Neal Morse, aveva risentito significativamente dello split subendo una preoccupante sbandata a livello di songwriting, pericolo ridimensionato dal successivo “Octane”, non ancora ai livelli dei migliori album della band ma sicuramente un importante passo avanti nel riacquisire gli antichi splendori. Ora, questo nuovo lavoro autointitolato mostra in modo inequivocabile come gli Spock’s abbiano smaltito definitivamente il trauma della separazione dal loro leader e abbiano riconquastato una padronanza compositiva solida, forte soprattutto dei miglioramenti a livello vocale di Nick D’Virgilio e di un ritrovato e impeccabile lavoro di insieme dei vari componenti.
In “Spock’s Beard” abbiamo il piacere di ritrovare brani di notevole sostanza come l’opener “On a perfect day”, dotata di un chorus cha allarga i cuori e le menti, la superlativa strumentale “Skeletons at the feast” che con i suoi richiami a Yes ed EL&P, fa emergere soprattutto il gran lavoro di Ryo Okumoto alle tastiere e di Nick alla batteria, l’emozionante “Hereafter”, dove in un’atmofera da melodramma, la voce di Nick e il pianoforte di Ryo danno vita a un momento di rara intensità. Ma la palma di miglior traccia dell’album va sicuramente a “All that’s left”, superbo mid-tempo aperto da un piano elettrico a là “No Quarter” e che si sviluppa con architetture sonore sospese tra prog e psichedelia, canzone che supera anche la suite di “As far as the mind can see”, summa delle influenze che dominano le menti creative degli Spock’s Beard, le quali vanno dal rock degli anni ’70 ai primi Dream Theater passando per jazz e fusion (vedi in tal senso il secondo, vorticoso, movimento “Here’s a man”).
C’è spazio anche per un paio di parentesi non felicissime (“Is this love” e la zeppeliniana “Wherever you stand”, quest’ultima un po’ troppo fuori dagli schemi canonici della band), ma sono nei che hanno un significato povero in rapporto ad una qualità generale dell’album decisamente elevata, segno di una ritrovata serenità a servizio di una personalità compositivo/esecutiva rinsaldata e ancor più matura nelle scelte musicali. Complimenti.