Reflue
A Collective Dream
Forma e sostanzaQuasi come una versione di greco senza Rocci a disposizione eppure corretta. I Reflue restano fedeli alla libertà propositiva, restia ad incanalarsi con convinzione in un genere ed intransigente nel rinnegare ogni limite di memoria rock/pop, riuscendo a guadagnare in freschezza senza alcun sguardo ammiccante.
Si diceva, del resto, anche di “Slo-Mo”: sonorità variegate, pronte ad allargare una visione di musica spesso ancorata a regole non scritte ma che troppi rispettano. Qui, di questo rischio, non se ne corre il pericolo. Melodie in cui allo zucchero è preferita una leggera nostalgia sorridente disposta a coinvolgere (“Singing The Blues”) o ad abbracciare (“Stay”), rigurgiti d’indi(e)pendenza americana (“Good News From The Sun”), umori blues dilatati (fortunatamente) senza timori reverenziali (“Martina’s Treasure”), ballate notturne per un Pall Jenkins non impegnato in processioni oscure (“Confessions Of A Ghost”). Il tutto corroborato da venature in cui la narcolessia (quando presente) sorride osservando il ritratto di un’artista jazz nell’occasione (lo ribadiamo) abile a coniugare immediatezza ad eleganza e raffinatezza.
Così l’effetto straniante (presumiamo ricercato) assume un duplice aspetto: persuasivo, come era nelle previsioni, per forma, scorrevole, e ciò nonostante avvolgente, nella sostanza. La riprova che fregarsene delle etichette è cosa buona e giusta.