Glenn Hughes
Music For The Divine
In the name of the Father.Due sono i temi che emergono da questo nuovo e atteso album di Glenn Hughes: il primo, e non è certo una novità, riguarda l’ulteriore rafforzamento del connubio musica-fede religiosa che ha portato il bassista fuori dal baratro della droga e della dissoluzione rinnovando la sua figura di uomo e di musicista; il secondo, più strettamente musicale, concerne la stretta collaborazione con il batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith, qui in veste sia di musicista che di co-producer, grazie alla esperienza del quale i suoni hanno guadagnato in brillantezza e gli arrangiamenti hanno risentito in modo positivo.
In più colpisce la presenza dell’altro RHCP John Frusciante dietro al sei corde che intensifica maggiormente la vena funky dello stile ben noto di Hughes, il quale, da par suo, sfodera una delle sue migliori prestazioni vocali di sempre lungo l’arco degli undici brani dell’album. Basterebbe l’opener “The valiant denial” per giustificare l’acquisto di “Music for the divine”, una traccia di puro e granitico rock settantiano venato di soul con tanto di finale affidato ad una efficace sezione di archi; se invece adorate il Glenn Hughes più funkeggiante lasciatevi trascinare da “Steppin on” o “You got soul” e non ve ne pentirete. Che ne direste, poi, di incappare in una sintesi ben riuscita di RHCP e Deep Purple come “Monkey man” prima di adagiarvi tra le note languide dell’ammiccante “This house” e di quelle più squisitamente romantiche di “Frail”? Programma stimolante, vero?
Tutto l’album, come detto all’inizio, è incentrato sulla profonda religiosità che anima lo Hughes uomo/musicista, aspetto ancora più evidente in titoli quali “The divine” o “This is how I feel” (senza contare il titolo dell’album, ma questo sembrava fin troppo evidente); caso a parte, la cover dei Moody Blues “Night in the white satin”, qui riproposta in una riuscita chiave blues e impreziosita dalla ennesima interpretazione impeccabile di Hughes.
A “Music for the divine” si potrebbe imputare un certo immobilismo stilistico che, allo stesso tempo, è anche il marchio distinitivo dell’ex Trapeze e con il quale c’è ben poco da scendere a compromessi: o si ama o si odia. E, per quanto mi riguarda, io continuo ad amarlo.