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Spokane - Able Bodies
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Able Bodies

di Marco Delsoldato ~ 20/09/2002
Alcuni dicono che per amare certa musica devi essere tendenzialmente malinconico, con un animo affine alla tristezza e più incline al pianto che al sorriso. Dicono anche che se passi dei pomeriggi ad ascoltare i L’altra nella tua stanza, oppure trascorri notti insonni con Palace e Smog nel lettore, non puoi che essere una di quelle persone complessate sempre alla ricerca di una sottile infelicità, perché solo trovandola riesci, in qualche modo, a stare bene con te stesso. Probabilmente è vero, può apparire strano preferire una lenta e oscura melodia rispetto a canzoni sprizzanti felicità e gioia di vivere, ma ad una minoranza (nemmeno troppo silenziosa) sembra tremendamente normale. Come è possibile non vivere intensamente certe emozioni sonore? Come è possibile rinunciare a Bill Callahan e a Will Oldham? Come è possibile non versare qualche lacrima mentre i primi secondi di “Able Bodies” iniziano lentamente a sfiorare l’udito? Sinceramente non riesco a trovare risposte plausibili, forse perché proprio non posso capire chi rinuncia, per strani preconcetti, al lasciarsi cullare in una dimensione certamente nostalgica, ma proprio per questo incredibilmente affascinante. Per questo non riuscirò mai a capire chi non amerà l’ultimo album degli Spokane.

Terzo disco per Rick Alverson, accompagnato dalla batteria di Courtney Bowles e dal meraviglioso violino di Karl Runge (oltre a qualche altro collaboratore saltuario) e terza piccola opera d’arte cesellata dall’artista statunitense. Non occorre molto per intravedere quei sentimenti intrisi da una romantica rassegnazione, circondati da atmosfere scure e strutturate su basi minimali. Sono la soffusa batteria di Bowles, gli intrecci fra la chitarra di Alverson e il violino di Runge, l’intersecazione di trame vocali sempre ispirate a conquistare sin dall’iniziale “New Days Close”. Un episodio memorabile al pari del successivo “Quiet Normal Life”: un inquieto incipit non estraneo ai migliori Rachel’s è destinato ad affievolirsi in semplici frasi sussurrate, quasi intimidite nel proporsi, ed appare inevitabile il loro sciogliersi lentamente in un’incessante e avvolgente sofferenza strumentale. Lievemente, con un’afflitta dolcezza, tutto è accennato ma preciso, come una brezza leggera che ti sfiora il volto mentre cammini, solo, durante una notte che forse non avresti mai voluto vivere. E a volte il vento si farà più forte, ma non ti infastidirà, perché starà soltanto assecondando il tuo animo.

La bellezza stritolata dalla tristezza, unite in un abbraccio mortale. “Able Bodies” può fare molto male, un dolore maggiore sarebbe rinunciarvi.

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