La strana accoppiata di fallimento e futuro
Intervista con la più valida alternativa heavy metal al Dr. House
chi
Project: Failing Flesh
testuali parole
"E’ sempre divertente provare cose nuove quando pensiamo che funzionino, questo è il nostro approccio… Per il momento consideriamo questa come una band metal, perciò anche i dettagli estranei sono collocati in un contesto metal."
Un paio di polistrumentisti della Virginia che non raccontano mai troppo di sè, un concept bizzarro e una tendenza a mettere sul tavolo sempre qualcosa in più della solita minestra; infiliamoci per buona misura un ex non molto fortunato, Eric Forrest (già coi Voivod), ma senza farci attrarre dal contorno più che da carne e patate. Ecco il nocciolo dei Project: Failing Flesh, evidente caso di attenzione alla sostanza, caso che dunque rischia, un po’ immeritatamente, di passare fin troppo in sordina. Cerchiamo di rivelarli parlando con Tim Gutierrez.
Considerando il fatto che siete in pratica due persone soltanto, polistrumentisti, e inclini a mantenere un certo mistero su chi suona cosa, vi vedete come compositori innanzitutto e poi come strumentisti, o no?
Credo che la nostra situazione ci imponga di impegnarci sulle canzoni più che di preoccuparci di eccellere in un qualche strumento. Generalmente cerchiamo di suonare quel che è meglio per il pezzo e di non concentrare troppo l’attenzione su uno strumento rispetto a un altro. La cosa buona è che suoniamo insieme da tanto tempo e sappiamo quali sono i punti forti e deboli dell’altro in fatto di esecuzione, perciò non abbiamo nulla da dimostrare. Quel che conta è che ci piaccia quel che suoniamo.
Sempre riguardo alla vostra formazione all’osso, si può immaginare che suonare dal vivo non sia una priorità per voi. E’ corretto? Potete spiegare perché?
Fino a poco tempo fa non ci siamo preoccupati molto di suonare live. Sia Kevin che io traiamo il massimo piacere da composizione e registrazione. Questo non vuol dire che suonare non sia divertente, ma molte delle circostanze che vi sono annesse sono in qualche modo fastidiose. Scrivere è creativo, mentre suonare è perlopiù semplice intrattenimento. Inoltre il fatto che Eric viva così lontano costituisce un altro ostacolo. Ma abbiamo appena deciso di fare qualche spettacolo se riusciamo a trovare i ragazzi giusti per completare la line-up. Una prima ricerca si è arenata, abbiamo provato con un paio di tipi che sembravano poter andare, ma non ha funzionato. Come dici tu, la priorità è sempre incidere, ma continuiamo a cercare. Per qualche ragione, sembra difficile trovare i musicisti giusti nella nostra area. Eh, magari è per questo che siamo finiti con Eric alla voce, e lui vive dall’altra parte dell’oceano, ah ah!
Strumentalmente parlando, non sembrate spaventati dalla sperimentazione. Potremmo menzionare la tromba nella canzone “The Conjoined”: come è capitato?
E’ sempre divertente provare cose nuove quando pensiamo che funzionino, questo è il nostro approccio. La tromba è un’idea venutaci dopo aver ascoltato un grezzo demo della canzone e aver pensato che ci volesse qualcosa in più in quella sezione. Avendo già quella folle, rumorosa parte di chitarra in delay, pensammo di non aggiungerne altre. Poi buttammo lì l’idea di un sassofono; qualcosa con un suono da free jazz del Knitting Factory o giù di lì. Dunque Kevin chiese a un ragazzo di nome Fletch della zona che conosceva; Fletch suonava la tromba e pensammo che sarebbe stato cool anche quello. Venne in studio, gli spiegammo il feeling che volevamo ottenere e lui partì di lì. Secondo noi è venuto molto bene. Figo perché Fletch ha un background jazz e non aveva mai partecipato a un disco metal, e i due mondi a confronto hanno creato un bel suono.
Più in generale, da dove viene l’attitudine a includere elementi non metal? Avete avuto un’educazione in altri stili musicali, forse?
Perlopiù viene dalle nostre abitudini d’ascolto ad ampio raggio; ci piace tanta musica di così tanti generi diversi. Il semplice ascoltare questi generi differenti ha agito in tal senso. Senti particolari che ti piacciono e cerchi di incorporarli in un contesto metal.
Data questa tendenza, è un punto fermo che nei P:FF la componente metal rimanga la base? Avete intenzione di perseguire obiettivi radicalmente differenti (ovvero non metal) un qualche giorno, anche non con i P:FF?
Molto probabile. Per il momento consideriamo questa come una band metal, perciò anche i dettagli estranei sono collocati in un contesto metal. Non stiamo reinventando nulla, ma solo cercando di fare qualcosa che è interessante per noi e possibilmente per altri. E’ sempre metal! Entrambi abbiamo seguito interessi non metal in altre band precedenti. Per esempio Kevin ha fatto roba più basata sul programming, techno con voci femminili. Io invece ho suonato in band noise, goth, e perfino garage/punkabilly alla Cramps. Ma il metal è sempre stato la base principale. E’ quello che abbiamo ascoltato crescendo e ciò a cui finiamo per tornare. Il resto mantiene le cose interessanti ed è divertente da fare con gli amici.
La vostra passione per il tema “patologico” era chiaramente mostrata già dal titolo del vostro debutto, “A Beautiful Sickness”; è ancora viva? Anche se ovvio, è obbligatorio chiedervi qualche dettaglio su questo concept, su come questo interesse sia nato e su come l’abbiate coltivato.
Sì, i soggetti medici e mentali sembrano essere un nostro interesse naturale ed entrare facilmente nei testi, almeno fino ad ora. Il tema intende seguire più o meno blandamente il nome della band, che per noi rappresenta il fallimento dell’uomo o di un uomo – fisicamente, mentalmente, o socialmente. Perciò questa roba è nella maggior parte delle liriche e dell’artwork, o letteralmente o in modo simbolico. Ma se ci capiterà di annoiarci, la seppelliremo e scriveremo di femmine e macchine, ah ah!
Si tratta comunque di un punto di vista molto differente dalla sanguinolenta ossessione anatomico/autoptica mostrata dalle band brutal death. Che pensate di quei temi?
Quel tipo di soggetti sta bene con le band che li amano. E’ un buon escapismo e si adatta alla musica brutal death. Penso sinceramente che parte di quel genere di testi sia davvero divertente, sono come horror messi in musica; ma semplicemente non sembra essere per i P:FF. Volevamo fare qualcosa basato un po’ più su realtà o scienza, non solo sangue e budella.
Qual è il ruolo di Eric Forrest oggi, dopo due album? Puoi spiegare come funziona con una persona che vive per la maggior parte del tempo in un altro continente?
Il ruolo di Eric è quello di vocal master, smoke master e di tenerci allegri con le sue imitazioni! Contribuisce anche a molte linee vocali e testi; perciò direi che assomiglia a un regolare cantante in una band. E’ un po’ più difficile perché vive così lontano ed è impossibile provare, ma in genere gli spediamo quel che abbiamo e lui se ne viene fuori con idee sue a casa. Poi quando viene in studio ci sediamo e lavoriamo sul materiale; lui registra un po’ di versioni e insieme decidiamo cosa ha funzionato meglio. Pare che fili davvero bene e tra noi tre ci sia una bella alchimia; le cose escono relativamente facili. Inoltre aiuta il fatto che sia assolutamente un professionista e può tirar fuori quasi tutto (comprese nuove idee) in pochi tentativi.
Da qui in Europa non abbiamo la sensazione di quanto impatto abbiate nel vostro paese con il vostro approccio sottile, non epidermico al metal; ottenete più reazioni, sia in termini di vendite che di feedback, da Europa o Nord America? Siete presenti in altri mercati (Sud America o Giappone per esempio)?
Non penso che abbiamo una distribuzione in quelle zone, perciò a parte per una manciata di giornali o trasmissioni radiofoniche dubito che abbiamo mai sentito parlare di noi. E’ comunque difficile quantificare l’impatto in qualsiasi luogo. Riceviamo un sacco di posta e messaggi cool da ogni parte, ma non conosco numeri o dati di vendita. Non posso credere che siano molti alti perché siamo ancora una band relativamente nuova e non abbiamo fatto tour. Ma ho notato che con questo album abbiamo ricevuto molta risposta da Italia e Grecia, e so anche che ci sono stati alcuni articoli e interviste sui maggiori metal magazine italiani. Probabilmente ciò è dovuto ai distributori che la Burning Star ha in quei paesi, proprio come per “A Beautiful Sickness” avemmo una buona quantità di contatti con la stampa e ricevemmo un buon riscontro nei Paesi Bassi perché la nostra prima label, la Karmageddon, è di base là.
Nomina le band che secondo te rappresentano il futuro del metal.
Questa è difficile. Ci sono tante band che fanno bella roba superiore alla media. E molte probabilmente non le abbiamo ancora sentite. Mi piace ciò che molte band post black fanno. Sebbene non siano davvero nuovi, gruppi come Enslaved, Ulver, Arcturus, Red Harvest, V:28, Blut Aus Nord ecc. stanno incorporando poco per volta nuovi elementi nelle forme estreme. Questo è per me il futuro del metal: band che continuano ad allargare i confini a favore della successiva ondata di gruppi.